Il mio nuovo “infospazio-temporale”

Da sinistra: nel 1997 a Eboli (Salerno), sfogliando la programmazione di Radio Svizzera Internazionale; nel 2007 a Radio Bussola 24 (Salerno); nel 2017 sul palco del PriFest di Pristina (Kosovo)

È un primo traguardo, perché sono passati dieci anni.

Era il 2007, l’anno in cui ho iniziato a fare il giornalista di professione.

Il 7, un numero che torna in questo mio lavoro. Ancor più volendo fare un ulteriore salto indietro, di altri 10 anni.

Nel 1997 ero un ragazzino, avevo 17 anni. La mia passione per la radio, e più in generale per i media, mi portò a pubblicare il mio primo articolo per un giornale nazionale, Radio & Tv, che aveva sede a Milano, la “capitale” economica d’Italia, la città della tv privata, quella che guardavo da bambino ignorando si trattasse di un impero costruito sull’illegalità e il baratto politico (termine che prendo in prestito dal bellissimo e illuminante libro su quegli anni, scritto da Michele De Lucia nel 2008 per i tipi di Kaos). Ai tempi della scuola, con una radio ad onde corte, viaggiavo dalla mia cameretta ascoltando le trasmissioni in lingua italiana dei servizi per l’estero delle radio di Stato di tutto il mondo: «Qui Radio Cina Internazionale», oppure i segnali provenienti dall’est retaggio della Guerra fredda, come «da Mosca, parla La Voce della Russia».

In quel periodo, lo spettro radioelettrico si affollava sempre più di emittenti mediorientali, che prendevano il posto dei mega trasmettitori ad onde corte spenti dall’Occidente che, per superare i propri confini, iniziava ad affidarsi sempre più al satellite e alla rete internet, allora agli albori. I Paesi arabi segnavano la nuova frontiera della propaganda statale diretta all’Occidente, anche nella nostra poco diffusa lingua, come quelli di «state ascoltando La Voce della Repubblica Islamica dell’Iran», megafono del regime degli ayatollah, che nell’agosto del 1995 con Radio Italia erano una delle poche new entry del panorama radiofonico internazionale in lingua italiana di quegli anni, che dalla caduta del Muro di Berlino segnava solo abbandoni: quando c’era da tagliare, l’italiano era una delle prime lingue a saltare, cosa avvenuta dal dopoguerra con Radio Londra (l’attuale World Service della Bbc) o Voice of America, cui si sono aggiunte dalla fine della Guerra fredda tutte le radio delle capitali parte dell’Urss, ognuna delle quali aveva un suo servizio di propaganda in lingua italiana. Ma anche potenti trasmettitori, accesi dall’Unione Sovietica per disturbare e impedire l’arrivo oltre-cortina dei segnali delle emittenti internazionali occidentali con trasmissioni nella lingua locale (si chiamava jamming), trasmettendo sulla loro stessa frequenza e modulazione, a partire ovviamente da quelle della Cia, che finanziava le ormai leggendarie Radio Liberty, Radio Free Europe, Radio Free Asia e infine Radio Free Afghanistan. L’Occidente ebbe conferma della dissoluzione dell’Urss anche grazie alla fine, dalla sera alla mattina, del jamming sovietico.

Ecco, nei primi anni Novanta, viaggiavo senza muovermi da casa, sognando ad occhi aperti e immaginando quei luoghi lontani, quelle differenti culture e tradizioni, che anni dopo avrei iniziato a vedere coi miei occhi e riportare a mia volta, attraverso voci che le raccontavano in un italiano spesso improbabile. Nel 1997 ne venne fuori un servizio giornalistico, che scrissi quand’ero ancora minorenne (conservo ancora la ricevuta intestata a mia mamma del corrispettivo ricevuto) e pubblicato da un settimanale nazionale che si occupava di radio e tv.

Da allora ne ho gettato di inchiostro sulla carta e, ultimamente, anche di immagini sul video. Mi ha sempre affascinato il mondo dei media, sia dal punto di vista prettamente tecnologico, sia per il contenuto, intrattenimento o informazione poco importa, purché ben fatti. La vera illuminazione è però arrivata con il giornalismo, un mestiere che ho sempre ritenuto nobile se fatto come andrebbe fatto, in quanto cane da guardia del potere e del malaffare, megafono per la rivendicazione di diritti o strumento di denuncia. Un lavoro improntato a scovare i diversi approcci allo stesso problema, le buone o semplicemente pragmatiche pratiche, attraverso approfondimenti, inchieste, interviste, racconti ed esperienze. Un giornalismo di utilità, in grado attraverso il racconto dei fatti ad aiutare le persone a formarsi proprie opinioni, basate sulle diverse sensibilità di ognuno. Amo profondamente questo mestiere, perché sono una persona curiosa, non mi accontento mai della prima spiegazione, men che mai se semplicistica e riduttiva. Mi piace viaggiare e di base andare a vedere le cose con i miei occhi, a parlare direttamente con le persone.

Arriviamo così al 2007, come già accennato, anno d’inizio di questa mia attività professionale. Da allora ho lavorato in diverse redazioni, imparando come si realizza un quotidiano, un settimanale o un mensile, pubblicando quattro libri e realizzando il mio primo documentario. Motivo per cui ci tengo a ringraziare quanti in questi anni hanno creduto in me, insegnandomi questo mestiere. Ho avuto la fortuna di girare mezza Europa a caccia di notizie, anche in Paesi quali la Russia, dove il giornalismo non è il benvenuto, ma anche oltre, in teatri di guerra, come l’Iraq o l’Afghanistan. La passione per il Medio Oriente, forse eredità inconscia di quei lontani segnali radio captati da ragazzo, mi ha portato proprio nel 2007 a realizzare una storia di copertina (pubblicata in Italia nel 2008 e tradotta anche all’estero), sull’antico e indissolubile rapporto tra guerra e droga, diventata oggi, a dieci anni di ricerche di distanza su questo argomento, un nuovo libro (Guerra & Droga, Castelvecchi 2017), che in oltre 400 pagine ricostruisce a cavallo tra storia, inchiesta, reportage e analisi del consumo di sostanze, tutte le contraddizioni e ipocrisie di eserciti, servizi segreti e loro governi.

Ed eccoci ora, nel 2017, a questo blog, che numerosi colleghi mi consigliavano di realizzare da anni (uno di loro me ne aveva persino già attivato uno, durante una missione in Turchia in veste di osservatore internazionale per le elezioni del giugno 2015). Decido di farlo oggi, alla ricerca di uno mio personale “infospazio-temporale” sul web, nel quale possa seguire le tematiche a me care: politica internazionale, diritti, tecnologie, conflitti, repressione e antiproibizionismo. Cercando peraltro, trattandosi di un blog personale, di andare oltre la cronaca e l’approfondimento, di essere per l’appunto “indiscreto” nel cercare notizie e presentarle da angolature diverse, riportando o segnalando anche lavori, ricerche, studi, servizi o testimonianze utili a considerare i diversi aspetti e ripercussioni di un singolo fatto, spesso presentato da media cosiddetti mainstream da un’unica e a volte riduttiva prospettiva. Il mio anticipato ringraziamento, stavolta, va quindi direttamente a chi legge, a quanti finiranno per caso o per scelta su questo mio “non luogo”.

 

Alessandro De Pascale

Sono un giornalista d’inchiesta, un filmaker e un reporter di guerra. Nel 1980 sono nato a Torino, cresciuto durante l’adolescenza in Campania, terra d’origine dei miei genitori, per poi trasferirmi a Roma ai tempi dell’università. Ho iniziato a scrivere giovanissimo ma è stata la frase di un collega, a cui devo molto, a indicarmi la rotta, che ho fatto mia in questa professione: «Se non fai incazzare almeno 2-3 persone non hai fatto bene il tuo lavoro». Ecco, questo per me è il giornalismo, la sua vera essenza, un mestiere del quale vado fiero quando sono all'estero, ma sul quale a volte tergiverso lungo la Penisola. Questa professione l’ho scelta, per passione e perché credo che la consapevolezza di ciò che ci circonda, sia l’unico modo per non dare spazio a falsi alibi e per meglio districarsi nella complessità sociale che caratterizza il tempo in cui viviamo. Sarà per questo che amo, e nel mio piccolo cerco di fare, giornalismo d’inchiesta, approfondimento, reportage e racconto dei conflitti, armati o sociali che siano, tenendo sempre al centro le persone e la realtà che sono chiamati ad affrontare, a cui viene troppo spesso dato poco spazio, o poca voce. Seguo inoltre da tempo il problema delle mafie, dei diritti, soprattutto individuali, e le tematiche ambientali, convinto che quella per la sostenibilità sia la più importate sfida che ognuno di noi è chiamato ad affrontare, poiché in ballo c’è la stessa sopravvivenza del genere umano. In questi anni ho lavorato per numerose testate nazionali, come "Left", "Il manifesto", "Vice, "La Voce delle Voci", "Il Punto", "Terra", "La nuova ecologia", che ci tengo a ringraziare per la fiducia e la libertà accordatemi. L’ultima e attuale avventura è su "Il Venerdì di Repubblica". Nel frattempo ho pubblicato quattro saggi d’inchiesta, "Telecamorra: guerra tra clan per il controllo dell'etere" (Lantana 2012), "Il caso Parolisi. Sesso, droga e Afghanistan" (co-autore Antonio Parisi, Imprimatur 2013), "La compravendita" dei parlamentari (Castelvecchi 2014), "Guerra & Droga" (Castelvecchi 2017). Sempre nel 2017 è infine uscito il mio primo documentario, "The Burning Issue. When the bioenergy goes bad" (Gb 2017, prodotto da Birdlife Europe, The David and Lucile Packard Foundation e Transport & Environment), sui danni all’ecosistema provocati in Europa dall’uso incontrollato e sovvenzionato dall’Ue di alcune bioenergie, prodotto destinato al mercato televisivo europeo, attualmente in giro per il mondo in numerosi festival.

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