8bit Generation, la “rivoluzione” del Commodore

La locandina del documentario “8 bit generation: the Commodore wars”, uscito negli Usa nel 2016

 

È stato il mio primo computer. Andavo alle scuole medie e ricordo che lo usavo non solo per giocare, ma anche per programmare, grazie al mio professore di educazione tecnica e all’insegnante di italiano, che invece mi fece creare il giornalino della scuola. A rendere possibile la cosa, il linguaggio Basic, che la Microsoft, per la prima e unica volta nella sua storia, aveva dato in licenza alla Commodore. Bastava scrivere il comando giusto e questo computer che si collegava alla tv, svolgeva l’operazione richiesta: calcoli, disegni, suoni audio (il C-64 è stato il primo ad avere il suono, elettronico ovviamente, altra futura passione) e così via.

Su questo prodotto allora d’avanguardia, nel 2016 è uscito negli Stati Uniti un bellissimo documentario di Tomaso Walliser e Davie E. Agosta, 8-bit generation: the Commodore wars (qui il trailer). Il film, ora arrivato anche in Italia, ricostruisce la scommessa di puntare sulle masse per far entrare i computer nelle nostre case, dell’inventore della Commodore, Jack Tramiel, che con questa sua intuizione geniale ha vinto giganti come Apple, Ibm o Texas Instruments, i quali allora concentravano i loro interessi solo sul comparto aziende.

Grazie all’acquisto nel 1976 della Mos Technology, i nuovi ingegneri elettronici entrati nella Commodore misero a punto un nuovo processore a 8 bit (oggi siamo a 64), economico, flessibile e performante, il 6502, che assieme al loro sistema operativo Kernal e al linguaggio Commodore Basic residente nella Rom, divenne il cuore di tutti i loro computer: il Commodore Pet del 1977, il Vic-20 del 1981 e per l’appunto l’ormai leggendario C-64 del 1982. Erano i primi con grafica a colori e suono, ma a renderli davvero competitivi il loro costo: 299 dollari per il Pet, rispetto ai 1.300 del suo competitor Apple II.

Il Commodore 64 è sicuramente stato il loro prodotto di maggior successo, un nome diventato rapidamente familiare, che ha cambiato per sempre il modo di interagire, giocare e lavorare, nonché l’home computer più venduto di tutti i tempi: circa 22 milioni di esemplari. Un risultato senza paragoni, che ha trasformato un’intera generazione di curiosi o semplici appassionati di tutto il mondo, in “smanettoni” prima e programmatori poi, i quali realizzavano giochi e programmi per il C-64, trasformando un hobby in una professione e favorendo la nascita e la diffusione delle software house, garantendo così la fortuna di entrambi.

Il Commodore 64 non aveva un hard disk e, come già accennato, il sistema operativo era residente nella Rom. All’inizio, non c’era nemmeno il floppy disk. Per caricare un gioco o un programma, bisognava usare il mangianastri: inserivi la cassetta, al cui interno erano registrati i comandi sotto forma di bit (gli 0 e 1 del sistema binario) e quando aveva finito di “ascoltarli”, iniziava l’avventura.  Come non ricordare, ad esempio, il gioco delle Olimpiadi, nel quale dovevi muovere velocemente la leva del joystick a destra e a sinistra, per far correre o nuotare il tuo atleta. Gli inni nazionali delle diverse nazioni (alcune delle quali come l’Urss ovviamente oggi non esistono più) ho iniziato a conoscerli così, con quei primordiali suoni elettronici, grazie ai quali negli anni Ottanta è nata un’altra mia grande passione: la musica, per l’appunto, elettronica. Allora sintetizzata, anche grazie al processore di quei primordiali computer domestici.

Attraverso le testimonianze esclusive e inedite dei protagonisti di quella “rivoluzione” (quali Jack e Leonard Tramiel, Chuck Peddle, Al Charpentier, Bil Herd, Michael Tomczyk, Dave Rolfe, Richard Garriot, Jeff Minter, Andy Finkel, Steve Wozniak, Nigel Searle, John Grant, Nolan Bushnell, Al Alcorn, Joe Decuir), 8-bit generation: the Commodore wars esplora la storia dei computer da casa, analizzando il ruolo chiave di Commodore nella progettazione del futuro informatico in cui oggi viviamo.

Il documentario, ben fatto anche se all’inizio un po’ spiazzante, è stato prodotto dalla Junk Food Films, nonché realizzato dagli stessi autori di Easy to learn, hard to master: the fate of atari (trailer), film su un’altra storia turbolenta del settore di quegli anni, quella di Atari e del suo visionario fondatore Nolan Bushnel, che hanno creato il moderno mercato dei videogiochi, anticipando di vent’anni il boom della new economy. Entrambi, sono inoltre distribuiti in Italia dalla CG Entertainment, nata dalle ceneri della storica Cecchi Gori Home Video degli anni Novanta.

Alessandro De Pascale

Sono un giornalista d’inchiesta, un filmaker e un reporter di guerra. Nel 1980 sono nato a Torino, cresciuto durante l’adolescenza in Campania, terra d’origine dei miei genitori, per poi trasferirmi a Roma ai tempi dell’università. Ho iniziato a scrivere giovanissimo ma è stata la frase di un collega, a cui devo molto, a indicarmi la rotta, che ho fatto mia in questa professione: «Se non fai incazzare almeno 2-3 persone non hai fatto bene il tuo lavoro». Ecco, questo per me è il giornalismo, la sua vera essenza, un mestiere del quale vado fiero quando sono all'estero, ma sul quale a volte tergiverso lungo la Penisola. Questa professione l’ho scelta, per passione e perché credo che la consapevolezza di ciò che ci circonda, sia l’unico modo per non dare spazio a falsi alibi e per meglio districarsi nella complessità sociale che caratterizza il tempo in cui viviamo. Sarà per questo che amo, e nel mio piccolo cerco di fare, giornalismo d’inchiesta, approfondimento, reportage e racconto dei conflitti, armati o sociali che siano, tenendo sempre al centro le persone e la realtà che sono chiamati ad affrontare, a cui viene troppo spesso dato poco spazio, o poca voce. Seguo inoltre da tempo il problema delle mafie, dei diritti, soprattutto individuali, e le tematiche ambientali, convinto che quella per la sostenibilità sia la più importate sfida che ognuno di noi è chiamato ad affrontare, poiché in ballo c’è la stessa sopravvivenza del genere umano. In questi anni ho lavorato per numerose testate nazionali, come "Left", "Il manifesto", "Vice, "La Voce delle Voci", "Il Punto", "Terra", "La nuova ecologia", che ci tengo a ringraziare per la fiducia e la libertà accordatemi. L’ultima e attuale avventura è su "Il Venerdì di Repubblica". Nel frattempo ho pubblicato quattro saggi d’inchiesta, "Telecamorra: guerra tra clan per il controllo dell'etere" (Lantana 2012), "Il caso Parolisi. Sesso, droga e Afghanistan" (co-autore Antonio Parisi, Imprimatur 2013), "La compravendita" dei parlamentari (Castelvecchi 2014), "Guerra & Droga" (Castelvecchi 2017). Sempre nel 2017 è infine uscito il mio primo documentario, "The Burning Issue. When the bioenergy goes bad" (Gb 2017, prodotto da Birdlife Europe, The David and Lucile Packard Foundation e Transport & Environment), sui danni all’ecosistema provocati in Europa dall’uso incontrollato e sovvenzionato dall’Ue di alcune bioenergie, prodotto destinato al mercato televisivo europeo, attualmente in giro per il mondo in numerosi festival.

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