Il Tramadolo, dall’Isis all’intero Medio Oriente

Il sequestro di Tramadol diretto in Libia, avvenuto il 15 marzo scorso a Genova

 

Lo scorso 3 novembre i media hanno dato grande enfasi alla notizia del sequestro, avvenuto nel porto di Gioia Tauro, usato come narco-hub anche dalla ‘ndrangheta, di 24 milioni di compresse di Tramadolo, un farmaco sintetico oppioide (queste le immagini della Guardia di Finanza). Provenivano dall’India, erano dirette in Libia e secondo gli investigatori italiani (Fiamme Gialle e Agenzia delle Dogane), ma anche l’agenzia antidroga statunitense (Dea), che ha collaborato all’operazione, a gestire questo traffico sarebbe il sedicente Stato Islamico (l’Isis). Già lo scorso marzo, nel porto di Genova, la Finanza aveva individuato un intero container con dentro ben 37 milioni di compresse di Tramadolo, anche queste dirette in Libia.

Gli inquirenti l’hanno subito ribattezzata la “droga del combattente”, perché grazie al suo particolare meccanismo d’azione verrebbe utilizzata anche dai miliziani di matrice islamica. In quanto antidolorifico, il Tramadolo agisce sui recettori oppioidi del nostro organismo, localizzati lungo le vie del dolore, ricucendolo grazie all’induzione analgesica. Ma non è questo a renderlo appetibile per fare la guerra, anche perché la sua attività oppioide è persino inferiore rispetto a quella garantita da altri antidolorifici della sua stessa classe. La grande differenza sta quindi in un’altra azione di questo farmaco: riduce il fisiologico abbassamento dei livelli di serotonina e noradrenalina, che nel nostro organismo avviene con l’insorgere della stanchezza. In pratica, oltre a ridurre il dolore, agisce anche da eccitante. Ecco spiegato il motivo del suo possibile uso da parte dei combattenti dell’autoproclamatosi Califfo.

Come racconto nel secondo capitolo del mio ultimo libro, Guerra & Droga (Castelvecchi 2017), sull’antico e attualissimo rapporto tra conflitti e sostanze psicoattive, lo Stato Islamico sarebbe impegnato da tempo nel narcotraffico, diventato anzi una delle principali sue fonti di guadagno. Al centro di questo business, finora c’era una metanfetamina, il Captagon, nome commerciale scelto per il cloridrato di fenetillina, inserito tra le sostanze illegali nel 1986. Forze dell’ordine della regione, Interpol e Onu, cui si aggiungono diverse ricerche scientifiche, concordano sul fatto che il catalizzatore della produzione illecita di Captagon è diventato la Siria. Sostituendo così il precedente centro nevralgico per la sua sintetizzazione, che fino al 2011 avveniva principalmente in Libano. Del resto è relativamente semplice da produrre, servono solo conoscenze chimiche di base e una certa pratica. Tanto che il Daesh ha iniziato a realizzarlo per i propri guerriglieri, poiché riduce stanchezza, fame e dolori, provocando inoltre euforia.

Il suo consumo non è limitato esclusivamente ai combattenti: «Fin dall’inizio, il mercato principale del Captagon è stato il Medio Oriente, dove è molto popolare tra i giovani e le fasce benestanti della popolazione, oltre ad essersi guadagnato una reputazione come afrodisiaco già nei primi anni Ottanta», scriveva l’Ufficio droga e crimine dell’Onu (Unodc) nel suo rapporto annuale del 2016. Già nel precedente del 2013, l’Unodc denunciava che ben il 64% di tutte le anfetamine sequestrate nel mondo erano state intercettate proprio in Medio Oriente, la maggior parte delle quali sono proprio pillole di Captagon. Questo business coinvolge persino i pezzi grossi di Paesi che impiccano sulla pubblica piazza i trafficanti e perseguono i consumatori. Nell’ottobre 2016 addirittura un principe saudita, Abdel Mohsen Bin Walid Bin Abdulaziz, è stato arrestato all’aeroporto di Beirut: a bordo del suo jet privato diretto alla capitale del regno Riad c’erano 40 valigie piene di Captagon e una di cocaina.

Un sequestro di 10 milioni di pillole di Captagon effettuato in Kuwait a fine luglio 2016 dal Central Control General Department (Dcgd), deputato a contrastare il traffico di droga all’interno dell’emiro.
Fonte: Kuwait Times

L’agenzia dell’Onu sulla droga e il crimine colloca questo boom, con «grandi quantità di pasticche di anfetamine con il marchio Captagon sequestrate in Medio Oriente, nel periodo marzo 2014-novembre 2015». Guarda caso proprio il momento di massima espansione dello Stato Islamico. La storia si starebbe ora ripetendo con il Tramadolo. Quasi sconfitto sul terreno iracheno e siriano, dove l’Isis ha praticamente perso tutto il territorio che aveva conquistato con la sua fulminea avanzata del giugno 2014, anche gli stabilimenti farmaceutici di quelle aree non sono più sotto il loro controllo. Ecco quindi l’importazione dall’India (leader tra i Paesi in via di sviluppo nella produzione di farmaci a basso costo) di un valido sostituto per il più importante teatro di guerra mediorientale loro rimasto, la Libia, ma anche per alimentare il narcotraffico della regione, a scopo bellico, nonché il consumo locale, per finanziarlo.

Mappa basata sui sequestri e dei flussi, noti e quindi parziali, di Captagon segnalati dai media fino a fine 2015.
Fonte: World Drug Report 2016 Unodc

L’ultimo rapporto dell’Unodc, quello 2017, denuncia la recente diffusione del Tramadolo nei vari strati della popolazione dei Paesi mediorientali, come già avvenuto in precedenza con il Captagon: dai 310 chilogrammi di questo farmaco sequestrati nel 2012, appena due anni dopo si erano già superate le 22 tonnellate. Lo stesso è accaduto in Africa (Benin, Repubblica Centrafricana, Costa d’Avorio, Niger e Sudan), dove si è passati dai 300 chilogrammi sequestrati nel 2013, alle oltre 2,6 tonnellate del 2014.

Più in generale, se a livello globale i sequestri di oppiacei sono rimasti relativamente stabili, quelli di Tramadolo viceversa crescono. Nel 2015, in termini di peso, sono aumentati di 4 volte rispetto all’anno precedente e soprattutto nel medio e vicino oriente e nell’Africa centrale e occidentale. Il suo uso “ricreativo” è stato segnalato all’Unodc da molti Paesi, quali l’Egitto, la Giordania, il Libano, la Libia, le Mauritius, l’Arabia Saudita e Togo, tanto che molti governi dell’area lo hanno messo al bando o sottoposto a maggiore controllo e restrizioni.

I giovani lo usano, ad esempio, nel fare sesso per evitare la iaculazione precoce e il loro abuso tra gli adolescenti coinvolge l’Egitto, gli Emirati Arabi Uniti e addirittura l’Iran, come confermano studi e ricerche (locali ma anche dell’Onu), condotte in questi ultimi 2 anni persino nelle scuole medie. Del resto costa meno di sostanze illecite, quali cannabis od oppiacei, ma anche dell’alcol (laddove in vendita) e si trova sempre di più, anche nei bazar. Emblematico il caso riportato di una bambina egiziana che prendeva da un anno 8-9 compresse da 100 mg di Tramadolo al giorno.

Anche se al momento non sono state presentate prove concrete del coinvolgimento diretto dell’Isis in quest’altro traffico, quelle circostanziali esistono, come del resto l’aumento della diffusione del consumo di Tramadolo avvenuto in quei Paesi da quando esiste il sedicente califfato. L’ipotesi della statunitense Drug Enforcement Agency (Dea), potrebbe non essere campata in aria, se consideriamo che nel caso del Captagon, l’Isis poteva produrlo autonomamente per fornirlo ai propri miliziani. Discorso diverso per il Tramadolo, da acquistare altrove da altri stabilimenti farmaceutici e poi trasportarlo via mare. Ottenerlo comporta quindi un costo, al quale il sedicente califfato potrebbe far fronte immettendolo sul mercato locale in maniera diretta, ma più probabilmente indiretta, visto che tra le altre cose impone alla popolazione caduta sotto il proprio controllo il divieto di consumo di sostanze (psicoattive, come anche tabacco o alcol).

È l’ennesima conseguenza, ma non meno nefasta, di questo conflitto, già abbastanza devastante di suo. «Personalmente, non posso pensare a un solo gruppo terroristico al mondo (dall’Eta basca all’Ira nordirlandese, da al-Qaeda agli Hezbollah e all’Isis in Medio Oriente, dal Sentiero Luminoso peruviano ai Farc colombiani) che non usi il commercio di droga per finanziare le proprie attività, accompagnato dalla periodica somministrazione ai combattenti per ricavarne il massimo impegno», scrive nella sua post-fazione al mio libro, Antonio Maria Costa, dal 2002 al 2010 direttore dell’Ufficio contro la droga e il crimine dell’Onu (Unodc). Ancora una volta si palesa ai nostri occhi l’indissolubile binomio guerra-droga e l’ormai innegabile, costoso e pericoloso fallimento di questo mezzo secolo di guerra alla droga.

Alessandro De Pascale

Sono un giornalista d’inchiesta, un filmaker e un reporter di guerra. Nel 1980 sono nato a Torino, cresciuto durante l’adolescenza in Campania, terra d’origine dei miei genitori, per poi trasferirmi a Roma ai tempi dell’università. Ho iniziato a scrivere giovanissimo ma è stata la frase di un collega, a cui devo molto, a indicarmi la rotta, che ho fatto mia in questa professione: «Se non fai incazzare almeno 2-3 persone non hai fatto bene il tuo lavoro». Ecco, questo per me è il giornalismo, la sua vera essenza, un mestiere del quale vado fiero quando sono all'estero, ma sul quale a volte tergiverso lungo la Penisola. Questa professione l’ho scelta, per passione e perché credo che la consapevolezza di ciò che ci circonda, sia l’unico modo per non dare spazio a falsi alibi e per meglio districarsi nella complessità sociale che caratterizza il tempo in cui viviamo. Sarà per questo che amo, e nel mio piccolo cerco di fare, giornalismo d’inchiesta, approfondimento, reportage e racconto dei conflitti, armati o sociali che siano, tenendo sempre al centro le persone e la realtà che sono chiamati ad affrontare, a cui viene troppo spesso dato poco spazio, o poca voce. Seguo inoltre da tempo il problema delle mafie, dei diritti, soprattutto individuali, e le tematiche ambientali, convinto che quella per la sostenibilità sia la più importate sfida che ognuno di noi è chiamato ad affrontare, poiché in ballo c’è la stessa sopravvivenza del genere umano. In questi anni ho lavorato per numerose testate nazionali, come "Left", "Il manifesto", "Vice, "La Voce delle Voci", "Il Punto", "Terra", "La nuova ecologia", che ci tengo a ringraziare per la fiducia e la libertà accordatemi. L’ultima e attuale avventura è su "Il Venerdì di Repubblica". Nel frattempo ho pubblicato quattro saggi d’inchiesta, "Telecamorra: guerra tra clan per il controllo dell'etere" (Lantana 2012), "Il caso Parolisi. Sesso, droga e Afghanistan" (co-autore Antonio Parisi, Imprimatur 2013), "La compravendita" dei parlamentari (Castelvecchi 2014), "Guerra & Droga" (Castelvecchi 2017). Sempre nel 2017 è infine uscito il mio primo documentario, "The Burning Issue. When the bioenergy goes bad" (Gb 2017, prodotto da Birdlife Europe, The David and Lucile Packard Foundation e Transport & Environment), sui danni all’ecosistema provocati in Europa dall’uso incontrollato e sovvenzionato dall’Ue di alcune bioenergie, prodotto destinato al mercato televisivo europeo, attualmente in giro per il mondo in numerosi festival.

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