Il problema cannabis (light) legale

È la mattina dell’8 novembre scorso, alle 6:30 circa. Sulla A26, l’autostrada dei trafori che da Genova sale nell’alto Piemonte, la Polizia Stradale ferma per un normale controllo un giovane contadino, Stefano Giannelli (37 anni), sull’area di servizio Bormida Est, in provincia di Alessandria. Nel portabagagli gli trova «12 barattoli in vetro contenenti infiorescenze essiccate di canapa (Cannabis), cosiddetta marijuana per complessivi grammi 136,70 netti», si legge nel verbale di sequestro della Polstrada di Ovada.

A quel punto il ragazzo gli mostra le schede tecniche e la documentazione, in parte cartacea, altra dal suo cellulare, di quella canapa certificata europea e legale perché industriale, quindi a basso contenuto di tetraidrocannabinolo (Thc), suo principale principio psicoattivo. Gli spiega inoltre che era diretto a Torino, dove avrebbe dovuto farla analizzare per poterne poi avviare la vendita. Ma dal canto loro, le forze dell’ordine, la pensano diversamente: quelle infiorescenze hanno il «tipico profumo della marijuana». Viene così portato in caserma, dove è trattenuto per 10 ore, mentre «la sostanza veniva fatta analizzare da personale tecnico della Polizia Scientifica della Questura di Alessandria, che confermava la positività allo stupefacente», spiega ancora il verbale. Cosa più che ovvia se il test effettuato, come riferisce il ragazzo, sarebbe stato colorimetrico. Avrebbero in pratica inserito il campione in un kit, il cui funzionamento per certi versi è molto simile al test di gravidanza: assume una certa colorazione o traccia una linea, in presenza o meno, anche se in modica quantità, del principio attivo principale della sostanza stupefacente in questione. Nel caso della canapa, il Thc. Non è quantitativo, rivela quindi soltanto la positività. Per Giannelli scatta così la denuncia alla procura di Alessandria per produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope (articolo 73 del cosiddetto Testo Unico sulle droghe del 1990), il sequestro della merce, la sospensione della patente, l’elezione di domicilio e la nomina di un legale di fiducia.

Una delle fatture di acquisto dei semi di Giannelli

A trarre in inganno gli agenti potrebbe anche essere stato il ritrovamento di un certificato medico per l’acquisto di cannabis terapeutica, il quale tuttavia non ha nulla a che vedere con la coltivazione di canapa industriale che il ragazzo ha avviato insieme con un socio a Pietrasanta (Lucca). Di questa attività, i due avevano peraltro avvisato anche la competente sezione Forestale dei carabinieri di quella provincia toscana. Il tutto nonostante non fossero tenuti a farlo, visto che la nuova legge per la promozione della coltivazione agroindustriale della canapa, approvata e pubblicata in Gazzetta Ufficiale lo scorso dicembre, ha stabilito che «è consentita senza necessità di autorizzazione», men che mai quindi di comunicazione. L’importante è averne piantata una tra le 52 certificate, «iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole» di una direttiva europea del 2002, poiché queste «non rientrano nell’ambito di applicazione del citato Testo Unico sulle droghe». Tanto che l’agricoltore è obbligato a conservare le fatture e i cartellini della semente acquistata, per il periodo di tempo previsto dalla legge. La direttiva comunitaria stabilisce inoltre le «modalità di prelevamento, conservazione e analisi dei campioni provenienti da colture in pieno campo», che gli agricoltori sono tenuti a effettuare «ai fini della determinazione quantitativa del contenuto di tetraidrocannabinolo (Thc) delle varietà di canapa» impiegate. Per rispettare le prescrizioni della norma ed evitare sanzioni, il Thc deve infine essere «entro il limite dello 0,6%».

Ma se la legge non ammette ignoranza, questo discorso vale anche per chi è chiamato a verificarne il rispetto o meno: «Agli agenti ho subito spiegato che si trattava della varietà Kompolti, con certificazione europea e quantitativi di principio attivo Thc dello 0,09%, quindi ampiamente sotto il tetto di legge. Gli ho mostrato invano anche cartellini e fattura d’acquisto dei semi, utili a dimostrare che non si trattava di stupefacente, quanto piuttosto di canapa per uso tessile e industriale, ma mi sono sentito rispondere: “La dovete smettere di dire che canapa e marijuana sono la stessa pianta”», denuncia a sua volta Giannelli. La cosa forse più grave è che il suo non sarebbe nemmeno un caso isolato. Dopo aver raccontato pubblicamente questa disavventura tramite il suo profilo Facebook, in tanti hanno commentato sostenendo di essere incappati in analoghi, se non ancora più gravi, problemi repressivi o giudiziari.

A Tricesimo (Udine), nel settembre 2017 la Squadra Mobile sequestra a due fratelli di 19 e 21 anni 200 piante di canapa (in totale 140 chili di cannabis), non appena iniziano la raccolta. I giornali locali cavalcano la notizia, probabilmente riportando acriticamente e senza approfondire, il comunicato stampa della Questura, parlando così di droga e spaccio. Peccato che due mesi dopo le analisi di laboratorio chieste dai loro avvocati, confermano che il presunto stupefacente sequestrato, in realtà è effettivamente canapa industriale a basso contenuto di Thc. Sarebbe andata ancora peggio a un altro ragazzo, Fabio Poli, al quale, come lui stesso scrive su Facebook, è capitato per ben due volte: la prima gli trovano qualche etto di fiori di Carmagnola (cannabis sativa a basso contenuto di Thc) regolarmente dichiarata, la seconda volta 40 grammi di foglie di Futura75 (altra canapa legale certificata). Sempre a suo dire, sarebbe stato condannato a 2 anni e 2 mesi, evidentemente per direttissima e quindi con le sole prove raccolte al momento (di nuovo l’analisi colorimetrica?). Deve ora attendere il secondo grado, con diversi oncologi e ricercatori che avrebbero presentato relazioni e sarebbero pronti a testimoniare in suo favore, per specificare la sua competenza riguardo ai protocolli terapeutici con la cannabis e la collaborazione instaurata già da anni.

L’articolo de “Il Gazzettino” sui due fratelli di Tricesimo (Ud)

Anche solo i casi conosciuti, purtroppo, sono tanti. Ricordo che nell’ottobre 2010 realizzai per il settimanale Left una copertina sull’argomento con una grande foglia di marijuana, dal titolo “È ora di piantarla”. Denunciava il fallimento della guerra alla droga, la richiesta di legalizzazione che arrivava da Sudamerica e Usa (in California si stava per svolgere il primo referendum sulla canapa), i danni provocati in Italia dalla legge allora più repressiva d’Europa, la nostra Fini-Giovanardi che, in barba alle evidenze scientifiche, equiparava droghe leggere e pesanti, e venne inserita nel decreto sulle Olimpiadi di Torino del 2006, approvata dal terzo governo Berlusconi a Camere sciolte e con doppio voto di fiducia, quindi finalmente cancellata dalla Consulta nel 2014 perché incostituzionale. Nei vari servizi, raccontavo ad esempio il caso di Alessandro “Mefisto” Buccolieri, storico attivista della Rete Nazionale Antiproibizionista italiana, che la notte del 14 luglio 2009 venne prelevato dalla Guardia di Finanza nella propria abitazione di Roma e portato a Turania (Rieti), dove coltivava Carmagnola. Sulla base della legge in vigore allora, la sua piantagione di canapa non richiedeva alcuna autorizzazione, ma solo il recinto del campo e la dichiarazione alle forze di polizia di avvenuta semina, da lui peraltro regolarmente inviata ai carabinieri nel maggio 2009. Arrivato al campo, Buccolieri trovò un folto schieramento di finanzieri arrivati da Rieti e persino da Avezzano (confinante Abruzzo). Pensavano probabilmente di aver messo a segno un’operazione di fine anno contro i narcos. Chissà che delusione, quando normativa alla mano e successive analisi confermarono che era tutto in regola, a danno economico ormai fatto.

La copertina che realizzai per Left il 1° ottobre 2010

Il successivo 21 settembre 2009 è la volta di Rovigo: dopo «accertamenti approfonditi», la polizia trova una piantagione e sequestra 28 piante di canapa. Peccato che la marijuana in questione, era del Centro di Ricerca per le Colture Industriali, che la adoperava per svolgere uno studio sulla prevenzione del tumore al colon. Due casi che rendono l’idea del clima da caccia alle streghe che, allora come oggi, regna nel nostro Paese. Sette anni dopo, in metà degli Usa, padri del proibizionismo e della guerra alla droga, la marijuana (stavolta quella psicotropa), in una forma nell’altra è diventata legale. Mentre in Italia, anche se la Fini-Giovanardi non c’è più, l’unica novità degna di nota sembra per l’appunto essere questa cosiddetta canapa light che, essendo legale, viene venduta da sempre più aziende (sulla carta non per essere fumata), in centinaia di negozi spuntati come funghi lungo tutta la Penisola, a partire dallo scorso mese di maggio. Pur avendo un basso contenuto di Thc, contiene viceversa in media il 4% di altri due cannabinoidi degli 80 della cannabis (in totale sono oltre 480 i suoi componenti attivi): il Cbd (cannabidiolo), quello maggiormente presente in questa pianta, non psicoattivo ma a quanto pare utile ad alleviare i sintomi di diversi disturbi, quali dolore cronico, infiammazioni, emicranie, artriti, spasmi, epilessia e schizofrenia, cui si aggiunge il Cbg (cannabigerolo), dalle decantate proprietà miorilassanti e dagli effetti antibatterici.

Padre di questa “rivoluzione” commerciale, l’azienda EasyJoint Project srl di Parma, che si è attirata pesanti critiche per aver travestito con i panni dell’antiproibizionismo il suo lucroso e riuscito business. Sul proprio sito internet, EasyJoint si definisce infatti «un progetto che attraverso la commercializzazione e la valorizzazione delle infiorescenze di canapa sativa legale di elevata qualità contribuisce al processo di legalizzazione in Italia». A fondarla in poche settimane, Luca Marola, già titolare a Parma del Canapaio Ducale, cui si aggiunge l’Erbavoglio, azienda marchigiana produttrice di canapa industriale. Fin dall’inizio è stato un grande successo se, come ha scritto «la rivista della cannabis dal 1985», l’edizione italiana dell’olandese Soft Secrets, «già poche ore dopo l’apertura delle vendite, lo shop online di EasyJoint è andato in overbooking». Circostanza confermata anche dallo stesso Marola che, nel dare i numeri dell’azienda parmense, ha parlato di «15 tonnellate commercializzate in 6 mesi di attività». Attualmente, si legge ancora sul sito di EasyJoint, vengono commercializzate 5 varietà di canapa (tutte sotto lo 0,2% di Thc, al costo da 2,1 euro a 5,8 euro al grammo, «in più di 300 rivenditori italiani, lista in costante aggiornamento!». Nei quali, ricordiamo, c’è la fila di avventori, di ogni età (ovviamente bisogna essere maggiorenni) e classi sociali. Tra quelle vendute da EasyJoint, anche una Futura75, «una varietà francese (…) coltivata in campo aperto utilizzando tecniche di agricoltura biologica e sostenibile (…) in Sicilia», spiega il loro portale web. «Selezioniamo solo le migliori qualità di canapa coltivate in Italia», promette l’azienda.

Il sito internet di EasyJoint

Ufficialmente la canapa light, in Italia non può e non viene venduta per essere fumata. Non è un prodotto da combustione, come specificano loro stessi, ma è evidente che sia questo l’utilizzo principale che ne viene fatto. Il problema se lo deve essere posto anche lo stesso Marola, il quale su La Repubblica ha ricordato che «è un settore molto delicato ed è necessario ci siano persone con competenze di diverso genere, dagli aspetti normativi alle nuove tecnologie di coltivazione». In quell’articolo dello scorso 17 novembre, la parola EasyJoint non compare mai e il giovane imprenditore viene presentato ai lettori soltanto come «uno dei fondatori» della Cannabis Business School, che «vanta 34 docenti», con lezioni «tenute da accademici dell’università di Napoli e della Sorbona di Parigi, esperti del Marijuana Policy Group del Colorado (primo Stato al mondo ad aver legalizzato l’uso ricreativo della cannabis, nda), consulenti legali ed agricoltori che operano già in questo settore». La Repubblica spiega infine che «i corsi saranno itineranti (…) Torino, Milano, Roma, Bologna e Napoli (…) il piano didattico prevede 40 ore di corso (…) costa 700 euro» e consentirà di «ottenere il diploma in cannabis legale», senza specificare riconosciuto da chi, tanto che poco più avanti l’articolo già lo derubrica a semplice «attestato». Indipendentemente da se e come queste aziende (oltre all’attuale leader EasyJoint ne sono recentemente nate diverse altre) sopravviveranno, il problema maggiore per ora riguarda i consumatori. Alcuni di loro temono ad esempio che quei prodotti light vengano rivenduti sul mercato illegale come psicoattivi, cui si sommano i problemi legali.

Arriviamo così al punto forse più spinoso, quello del poter guidare o meno un veicolo dopo l’assunzione di questi prodotti. Nelle Faq del proprio sito, EasyJoint scrive che avendo «un tenore di Thc inferiore al limite di legge tutte le nostre infiorescenze non contrastano la legge sugli stupefacenti». Tanto che alla domanda se è rintracciabile nei test, come quelli di urine o capelli, l’azienda risponde: «I tester oggi utilizzati servono a verificare se il soggetto ha assunto stupefacenti. EasyJoint non è una sostanza stupefacente. Essendo i tester tarati per verificare livelli di Thc eccedenti il limite consentito, le tracce di Thc eventualmente presenti dopo l’assunzione di EasyJoint non dovrebbero risultare significative». Poco dopo, aggiunge però anche la poco rassicurante dicitura, «se hai dubbi o necessità di valutare una situazione particolare ti consigliamo di rivolgerti ad un avvocato». Ma poi, alla domanda specifica «posso guidare dopo aver consumato EasyJoint?», l’azienda risponde: «Sì, EasyJoint non ha effetti psicotropi e non appare, come riportato alla domanda precedente, nei tester».

Sul caso di Giannelli, da cui sono partito per allargare il discorso, Daniele Farina, storico attivista del centro sociale Leoncavallo di Milano, oggi deputato di Sinistra Italiana, nonché vicepresidente della Commissione Giustizia, il 15 novembre ha rivolto un’interrogazione parlamentare a risposta scritta al ministro dell’Interno, Marco Minniti (Pd). Al titolare del dicastero, Farina chiede se dopo l’entrata in vigore della nuova citata legge per la coltivazione della canapa industriale «esiste una banca dati relativa alle coltivazioni (…) se siano state diramate informative alle forze dell’ordine (…) quali siano i metodi di analisi rapida utilizzati e se siano in grado di discriminare la presenza di Thc con riferimento alla soglia di 0,6 per cento stabilita dalla legge». In attesa della risposta del Viminale, nel ribadire che quello di questo giovane contadino «non è un caso isolato», il vicepresidente della Commissione Giustizia della Camera ritiene necessario «un adeguamento e una formazione alla normativa, altrimenti la solita cultura durata 70 anni, di carattere persecutorio, fa scattare la sanzione in automatico, indipendentemente dalla buona o cattiva fede degli operatori di polizia, che spesso non c’è per carità, ma a volte è proprio inadeguatezza o semplice ignoranza». A dire di Farina, quindi, «il problema si pone, perché manca a quanto mi risulta un provvedimento attuativo del ministero della Salute sul consumo umano e questo ministro non sarà particolarmente espansivo, anzi».

Le FAQ di EasyJoint

Sul caso in questione, il deputato Farina aggiunge anche che «non vorrei subordinassero il riottenimento della sua patente ai test, perché il problema è il solito: le nuove norme del Codice della Strada, l’articolo 187 che abbiamo cambiato, non prevede più la vecchia dizione che viene ancora utilizzata “sotto l’effetto di sostanze”, ma la nuova introdotta è “in stato di alterazione psicofisica”. Sostanzialmente, dato che più volte la Cassazione ha detto che lo stato di alterazione deve essere attuale, cioè non basta che tu abbia fumato cannabis, l’unica modalità che dovrebbe garantirne il rispetto sono le analisi del sangue, ma questo non accade con i test rapidi, sulla base dei quali parte il processo amministrativo di sospensione immediata della patente e deferimento alla Commissione Medica provinciale, una specie di girone kafkiano dove ti fanno le analisi del capello ogni 3 mesi. Insomma – conclude il vicepresidente della Commissione Giustizia di Montecitorio – la questione non è risolta con le nuove norme, perché con i test attuali, attualmente l’assunzione non è circoscritta ad alcune ore come dovrebbe ma ad alcuni giorni».

Il problema canapa light è stato già vissuto dalla Svizzera, da dove il fenomeno è partito all’inizio del 2017 grazie alla Cpure, creata dalla BioCan AG in collaborazione con la Blühauf GmbH. Queste aziende, come EasyJoint in Italia, con una ugualmente riuscita operazione di marketing, un confezionamento attraente (i pacchetti, da 3 o 10 grammi, sono simili a quelli di tabacco) e negozi sparsi per l’intera confederazione elvetica, vendono Fedora a basso contenuto di Thc (coltivata sia indoor, sia outdoor) a circa 7 euro al grammo. Come ha raccontato in un articolo del 14 marzo 2017 la rivista Dolcevita, «alternative lifestyle magazine» nato nel 2005 per volontà dell’editrice Stampa Alternativa, in Svizzera «la moda di fumarla sta facendo impazzire i poliziotti, che non sanno più come comportarsi. L’odore emesso da una sigaretta di Cpure è pressapoco lo stesso di quello di una canna illegale, ed anche alla vista le due erbe sono confondibili». Inizialmente, le forze dell’ordine svizzere «hanno iniziato a sequestrarla per spedirla al laboratorio di analisi: se si rivela cannabis illegale il possessore viene sanzionato, mentre nel caso si confermi canapone tutto a posto, e il possessore può riaverla indietro», ha scritto ancora Dolcevita.

Il sito dell’elvetica CPure della BioCan AG

Tra i capi saldi della politica sulle droghe della Confederazione ci sono però la pragmaticità e la riduzione del danno, anche in termini prettamente economici: le analisi portano via tempo e soprattutto costano (quasi 500 euro l’una), cui si aggiunge il numero di fumatori di canapa light, in rapida e continua crescita. Così, le autorità elvetiche hanno stabilito che «se l’erba analizzata si rivela cannabis illegale, al possessore vengano addebitate anche le spese per le analisi (…) le scuole stanno discutendo ed emanando circolari per stabilire se debbano considerarla come una sigaretta, e quindi consentita negli spazi appositi, o meno (…) e la Federazione svizzera dei funzionari di polizia ha chiesto di essere dotata di istruzioni specifiche e soprattutto di strumenti di analisi rapida che permettano di individuare la qualità di erba sequestrata senza doverla inviare in laboratorio». Nel frattempo, anche loro erano «nell’impossibilità di sapere quale erba dover reprimere e presi in giro dai ragazzini che si divertono a fumargli il canapone davanti alla faccia per vedere l’effetto che fa», ha riportato Dolcevita. Ma mentre la Svizzera cerca una soluzione, in Italia «la legge consente di coltivare la canapa ma esiste un vuoto normativo su come vada trasportata», spiega in conclusione Giannelli, tracciando l’amaro bilancio: «Mi ritrovo dopo tanta fatica senza patente, che spero di riottenere a giorni, con l’attività bloccata e il rischio di dovere ricominciare daccapo, perché al momento senza nemmeno i frutti commerciali di tanto lavoro».

Alessandro De Pascale

Sono un giornalista d’inchiesta, un filmaker e un reporter di guerra. Nel 1980 sono nato a Torino, cresciuto durante l’adolescenza in Campania, terra d’origine dei miei genitori, per poi trasferirmi a Roma ai tempi dell’università. Ho iniziato a scrivere giovanissimo ma è stata la frase di un collega, a cui devo molto, a indicarmi la rotta, che ho fatto mia in questa professione: «Se non fai incazzare almeno 2-3 persone non hai fatto bene il tuo lavoro». Ecco, questo per me è il giornalismo, la sua vera essenza, un mestiere del quale vado fiero quando sono all'estero, ma sul quale a volte tergiverso lungo la Penisola. Questa professione l’ho scelta, per passione e perché credo che la consapevolezza di ciò che ci circonda, sia l’unico modo per non dare spazio a falsi alibi e per meglio districarsi nella complessità sociale che caratterizza il tempo in cui viviamo. Sarà per questo che amo, e nel mio piccolo cerco di fare, giornalismo d’inchiesta, approfondimento, reportage e racconto dei conflitti, armati o sociali che siano, tenendo sempre al centro le persone e la realtà che sono chiamati ad affrontare, a cui viene troppo spesso dato poco spazio, o poca voce. Seguo inoltre da tempo il problema delle mafie, dei diritti, soprattutto individuali, e le tematiche ambientali, convinto che quella per la sostenibilità sia la più importate sfida che ognuno di noi è chiamato ad affrontare, poiché in ballo c’è la stessa sopravvivenza del genere umano. In questi anni ho lavorato per numerose testate nazionali, come "Left", "Il manifesto", "Vice, "La Voce delle Voci", "Il Punto", "Terra", "La nuova ecologia", che ci tengo a ringraziare per la fiducia e la libertà accordatemi. L’ultima e attuale avventura è su "Il Venerdì di Repubblica". Nel frattempo ho pubblicato quattro saggi d’inchiesta, "Telecamorra: guerra tra clan per il controllo dell'etere" (Lantana 2012), "Il caso Parolisi. Sesso, droga e Afghanistan" (co-autore Antonio Parisi, Imprimatur 2013), "La compravendita" dei parlamentari (Castelvecchi 2014), "Guerra & Droga" (Castelvecchi 2017). Sempre nel 2017 è infine uscito il mio primo documentario, "The Burning Issue. When the bioenergy goes bad" (Gb 2017, prodotto da Birdlife Europe, The David and Lucile Packard Foundation e Transport & Environment), sui danni all’ecosistema provocati in Europa dall’uso incontrollato e sovvenzionato dall’Ue di alcune bioenergie, prodotto destinato al mercato televisivo europeo, attualmente in giro per il mondo in numerosi festival.

3 Comments

  1. Interessante articolo ma per varie volte viene storpiato il cognome di Luca Marola, è poco professionale e consiglio di correggere trattandosi tra l’altro di persona notissima nell’ambiente

  2. Grazie per l’articolo. Ho subito anch’io un sequestro di una piantagione di canapa certificata e ingiustificata perquisizione domiciliare con prepotenza, di fronte alle bambine. E questo malgrado la comunicazione, fattura e etichetta. A proposito, non è corretto quanto scrivi “la nuova legge per la promozione della coltivazione agroindustriale della canapa […] ha stabilito che «è consentita senza necessità di autorizzazione», men che mai quindi di comunicazione”, l’autorizzazione non era richiesta nemmeno prima, ed è comunque un criterio più forte della comunicazione, che deriva da una circolare ministeriale che presumibilmente è ancora in vigore. La comunicazione è utile perché fornisce il dato necessario ai controlli statistici richiesti dalla legge. Certo, una circolare successiva alla legge avrebbe potuto chiarire questo punto invece di lasciare una fumosità (pun) tipicamente italiana.

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