La farsa della risoluzione Onu sulla Siria

Sabato 24 febbraio, i media hanno diffuso la notizia dell’approvazione, al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, della risoluzione 2401 che avrebbe dovuto imporre un mese di tregua umanitaria e il cessate il fuoco in Siria. L’obiettivo è fermare il conflitto nelle 4 zone in cui tuttora sono in corso feroci combattimenti: Ghouta, Idlib, la provincia di Homs e le zone controllate dall’opposizione lungo il confine meridionale con Giordania e Israele. In quell’area ci sono peraltro anche le Alture del Golan, l’altopiano montuoso conquistato dallo Stato ebraico nel 1980 con la “guerra dei sei giorni” e da allora occupato militarmente e amministrato da Tel Aviv, nonostante questa annessione unilaterale non sia mai stata riconosciuta dall’Onu.

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu

Giornali, agenzie stampa e telegiornali italiani l’hanno prontamente annunciata con titoli di questo tipo: «Siria, l’Onu decide la tregua umanitaria» (Il Sole 24 Ore), «Siria, Consiglio di Sicurezza Onu: sì unanime alla tregua umanitaria di 30 giorni» (Rai News), «Siria, Onu approva all’unanimità risoluzione per il cessate il fuoco» (La Repubblica), «Siria, risoluzione sul cessate il fuoco approvata. Ora va attuata con la massima urgenza» (Corriere della Sera), «Siria, Consiglio di sicurezza Onu adotta allʼunanimità la tregua umanitaria» (TgCom), «Siria, il consiglio di sicurezza dell’Onu approva la risoluzione per il cessate il fuoco» (Il Fatto Quotidiano), «Siria: Consiglio di Sicurezza dell’Onu, sì alla tregua umanitaria» (Ansa), «Siria: via libera del Consiglio di sicurezza dell’Onu alla tregua» (Tg La7), fino al forse più fuorviante di tutti «Siria, l’Onu ha un sussulto di dignità» (L’Huffington Post).

Peccato che già il giorno dopo, i media erano costretti a ricredersi dai fatti, titolando «Siria, la tregua decisa dal Consiglio di Sicurezza Onu è già stata violata» (Corriere della Sera), «Tregua già violata in Siria, raid sulla Ghouta» (La Stampa), «Siria, Ong: Tregua violata, bombe su Ghouta. Almeno 7 morti» (TgCom), «Raid in Siria, violata la tregua. L’appello del Papa: Guerra disumana, fermate la violenza» (Rai News), «Il cessate il fuoco in Siria dura poche ore» (Tg La7).

C’è poi chi affermava «Siria, violata la tregua. Iran e Turchia: nella Ghouta non vale» (Il Sole 24 Ore), titolo che attribuisce a queste due nazioni la decisione di non applicarla in quell’area sotto assedio. Soltanto leggendo integralmente l’articolo veniva chiarito che l’esercito di Ankara non sta operando a Ghouta, sobborgo alla periferia della capitale Damasco di cui parleremo più avanti, quanto piuttosto nella regione nordorientale di Afrin. In questo caso, siamo nella Rojava, la regione autonoma di fatto formata da 4 cantoni (oltre ad Afrin, Kobanê, Jazira e Şehba), basata sul confederalismo democratico e controllata dai curdi siriani delle Forze di protezione popolare (Ypg), da quando nel 2012 dall’area si sono ritirate le forze governative. Con l’operazione “Ramo d’ulivo” lanciata lo scorso 20 gennaio, le forze speciali turche, appoggiate da altri gruppi ribelli siriani, hanno attaccato Afrin con l’obiettivo di «ripulire» il cantone dagli «elementi terroristi». Che per Ankara sono le Ypg, le sue omologhe femminili Unità di protezione della donna (Ypj) e il braccio armato del Partito dell’Unione democratica (Pyd), considerato dalla Turchia una diretta emanazione del Pkk. Questa azione militare ha provocato l’intervento delle forze governative siriane, ma anche malumori degli Stati Uniti che da anni si sono affidati alle unità curde per combattere e riuscire a sconfiggere sul terreno lo Stato Islamico, tanto da averle finanziate e addestrate, favorendone l’avanzata con i raid aerei della coalizione internazionale (missione Inhrent Resolve) e restando tuttora presenti nell’area con i propri militari a stelle e strisce.

La situazione sul terreno siriano il 27 febbraio 2018 (fonte: Live Universal Awareness Map)

I media avrebbero dovuto capire immediatamente, attraverso un’analisi più approfondita del testo, che quella risoluzione era un’inutile farsa e che l’Onu non ha avuto alcun «sussulto di dignità». Pur essendo stata approvata all’unanimità, il problema è che per votarla la Russia ha preteso l’inserimento di una determinante frase. Si tratta di quella che potremmo definire una clausola di esclusione: il cessate il fuoco non vale per le operazioni militari contro lo Stato Islamico in Iraq e nel Levante (meglio noto come Isis o Daesh), al-Qaeda e il fronte al-Nusra (che dal gennaio 2017 ha assunto il nome Hayat Tahrir al-Sham), ma soprattutto per gli attacchi nei confronti di «tutti gli altri individui, formazioni, progetti ed entità associate a gruppi terroristici». Come vedremo, una categoria in cui viene fatto rientrare qualsiasi gruppo ribelle o di opposizione.

Sul significato che il regime siriano e gli alleati arrivati in suo soccorso (Russia, Pashdaran iraniani ed Hezbollah libanesi), ma come detto anche la Turchia, attribuiscono a questa dicitura, basterebbe forse soltanto ricordare cosa avvenne all’inizio della crisi siriana. Le prime grandi e pacifiche manifestazioni di piazza contro l’assolutista governo baatista di Assad, si registrano nel marzo 2011. In breve tempo, coinvolgono un numero sempre maggiore di città e persone, ma soprattutto sono senza precedenti, tanto da essere subito represse nel sangue dalle forze di sicurezza e dall’esercito del regime.

Le manifestazioni di piazza del 2011 in Siria

Pochi mesi dopo, il dittatore Bashar al-Assad tiene l’ennesimo discorso alla nazione, trasmesso in diretta tv in tutto il Paese: promette nuove concessioni ai manifestanti, definendoli però «sabotatori e terroristi». Un’etichetta attribuita quindi, fin dall’inizio, a qualsiasi oppositore al suo regime, nonostante in quella iniziale fase della crisi siriana che ben presto si trasformerà in guerra civile, gli integralisti di matrice islamista e terrorista, al-Nusra prima e il Daesh poi, dovevano ancora fare la propria comparsa sul campo di battaglia siriano.

A dare vita alla lotta armata contro il governo baatista è un gruppo di ufficiali e soldati delle forze armate del regime, che, non più disposti a sparare sulla popolazione civile e prendere parte a quella durissima repressione, disertano dando vita nel luglio 2011 all’Esercito siriano libero (Esl), con l’obiettivo di destituire il dittatore Assad. Le prime formazioni jihadiste, ben armate e soprattutto addestrate da anni di insorgenza contro l’occupazione ango-americana nel confinante Iraq, arrivano in Siria a partire dal gennaio 2012. Anche grazie al taglio dei finanziamenti statunitensi all’Esercito siriano libero (Esl), i fondamentalisti di al-Nusra e del Daesh, rapidamente prendono il controllo di quasi metà del territorio siriano, in parte strappandolo all’Esl.

Il fondatore dell’Esercito siriano libero (Esl), Riad Mousa al-Asaad, ex colonnello della Syrian Air Force del regime

Quel che resta dell’Esercito siriano libero oggi è confinato in una sola enclave: quella di Ghouta, sobborgo densamente popolato alla periferia est della capitale Damasco, controllata peraltro assieme all’organizzazione loro affiliata Faylaq al-Rahman (è stata creata a fine 2013 da Abdul al-Nasr Shamir, un capitano dell’Esl) e alla già citata Hayat Tahrir al-Sham (ex fronte al-Nusra). L’assedio delle forze del regime, supportato da pesanti raid aerei, è iniziato lo scorso 19 febbraio. L’operazione militare è stata paragonata per intensità e modalità agli attacchi su Aleppo del 2016. Questa settimana di raid aerei e colpi d’artiglieria sull’enclave ribelle hanno già ucciso 500 civili, tra i quali 121 bambini.

Le bombe sono cadute dappertutto. Tra le macerie di Ghouta est, definita «un inferno sulla terra» dal segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, restano intrappolate oltre 400mila persone, che devono sopravvivere anche agli attacchi della fame. Dato che gli aerei individuano i panifici dai pennacchi di fumo, per poi colpirli, i ribelli avrebbero loro imposto di lavorare soltanto di notte, unico momento della giornata in cui l’aviazione non può compiere raid. A metterli in ginocchio, c’è poi la carenza di grano, poiché le bombe sono cadute anche sui campi, di quella che è una delle zone più agricole del Paese.

I bombardamenti nel sobborgo di Ghouta

Alla penuria di generi alimentari e di prima necessità (acqua compresa), si aggiunge poi la scarsità di farmaci e il bombardamento persino degli ospedali e delle strutture sanitarie. Lunedì 26 febbraio, il regime è stato inoltre nuovamente accusato di aver impiegato armi chimiche. Un «forte odore di cloro» sarebbe stato avvertito dopo «un’enorme esplosione» avvenuta quel giorno nell’area di Al-Chaifounia, attaccata sia dall’aviazione, sia dalle truppe di terra. Per il servizio sanitario gestito dai ribelli, sarebbero state curate 18 persone per sintomi da soffocamento compatibili con l’esposizione al gas, mentre un bambino ne sarebbe rimasto vittima. Il regime di Damasco ha sempre negato l’uso di armi chimiche nella guerra con i ribelli ma viene sospettato dall’Onu di numerosi attacchi con gas cloro e almeno due, più gravi, con gas sarin, il primo dei quali nell’estate del 2013 avrebbe provocato proprio a Ghouta l’uccisione di 1.700 persone.

Quell’episodio aveva fatto oltrepassare ad Assad la “linea rossa” dell’impiego di armi chimiche sui civili, superata la quale gli Usa allora guidati da Barack Obama sarebbero intervenuti contro il regime. A fermare la minacciata azione diretta americana, ancora una volta fu la Russia di Vladimir Putin, che si dichiarò pronta in quel caso a intervenire in difesa del dittatore siriano. Cosa che farà ugualmente, 2 anni dopo, salvando Assad dalla caduta, in quel frangente data ormai per inevitabile.

A settembre 2013, Washington e Mosca riuscirono così soltanto ad accordarsi per l’approvazione di una risoluzione Onu che imponesse al regime siriano la consegna dell’arsenale chimico in suo possesso (la Siria non ha mai firmato il trattato del 1993 contro quelle armi). Nell’agosto del 2014, il Pentagono annunciò di aver completato la distruzione di quanto consegnato da Assad. Operazione avvenuta nelle acque internazionali tra Italia, Malta, Creta e Libia, sulla nave-laboratorio americana Cape Ray. Gli Usa ringraziarono inoltre il nostro Paese, che aveva messo a disposizione il porto calabrese di Gioia Tauro per il trasferimento di quei 78 micidiali container.

Mappa dei sospetti centri di ricerca, produzione e stoccaggio di armi chimiche

Sembra ormai evidente che anche questa risoluzione Onu sia stata in realtà una farsa. Dall’inizio della crisi siriana, l’11 marzo saranno 7 anni, per ben 11 volte la Russia ha posto il veto in Consiglio di Sicurezza sulla crisi siriana, a volte assieme alla Cina. Sono così riuscite a bloccare le risoluzioni di condanna per le stragi di civili compiute dalle forze lealiste, anche con l’utilizzo di armi chimiche, la creazione di “no fly zone” per fermare i bombardamenti, cessate il fuoco fondamentali a supportare l’apertura di corridoi umanitari (ieri ad Aleppo e oggi nella Ghouta orientale) o il far perseguire i crimini di guerra di questo conflitto alla Corte penale internazionale (Icj). Anche stavolta, le trattative sono state estenuanti e sono andate avanti a oltranza per giorni, nel tentativo di evitare il ricorso al diritto di veto che può porre ognuno dei 5 membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, che sono i vincitori della Seconda guerra mondiale (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Cina e Russia), bloccando così l’azione dell’organo chiamato a deliberare su minacce, violazioni della pace o atti di aggressione. Anche la sola minaccia di ricorrervi può rallentarne l’azione, attaccandosi su parole determinanti per la riuscita e l’utilità delle decisioni prese.

Il problema è del resto alla base: senza una riforma, sulla quale il dibattito è iniziato oltre vent’anni fa proponendo di allargare il numero di membri permanenti, il Consiglio di Sicurezza Onu resta impotente nello svolgere con efficacia i delicati compiti che gli sono stati assegnati. Le Nazioni Unite sono state create alla fine della Seconda guerra mondiale per scongiurare, attraverso il dialogo tra Stati e l’imposizione del rispetto del diritto internazionale, il ripetersi di quanto avvenuto nel più grande conflitto armato della storia, costato all’umanità 6 anni di sofferenze, la distruzione dell’Europa e massacri, provocando 55-60 milioni di morti. Da allora il nuovo scenario internazionale è profondamente mutato rispetto a quello emerso nel 1945, tanto che l’Onu non è riuscita, in questo caso, a fermare la devastazione, l’ecatombe e i crimini di guerra compiuti in Siria.

Alessandro De Pascale

Sono un giornalista d’inchiesta, un filmaker e un reporter di guerra. Nel 1980 sono nato a Torino, cresciuto durante l’adolescenza in Campania, terra d’origine dei miei genitori, per poi trasferirmi a Roma ai tempi dell’università. Ho iniziato a scrivere giovanissimo ma è stata la frase di un collega, a cui devo molto, a indicarmi la rotta, che ho fatto mia in questa professione: «Se non fai incazzare almeno 2-3 persone non hai fatto bene il tuo lavoro». Ecco, questo per me è il giornalismo, la sua vera essenza, un mestiere del quale vado fiero quando sono all'estero, ma sul quale a volte tergiverso lungo la Penisola. Questa professione l’ho scelta, per passione e perché credo che la consapevolezza di ciò che ci circonda, sia l’unico modo per non dare spazio a falsi alibi e per meglio districarsi nella complessità sociale che caratterizza il tempo in cui viviamo. Sarà per questo che amo, e nel mio piccolo cerco di fare, giornalismo d’inchiesta, approfondimento, reportage e racconto dei conflitti, armati o sociali che siano, tenendo sempre al centro le persone e la realtà che sono chiamati ad affrontare, a cui viene troppo spesso dato poco spazio, o poca voce. Seguo inoltre da tempo il problema delle mafie, dei diritti, soprattutto individuali, e le tematiche ambientali, convinto che quella per la sostenibilità sia la più importate sfida che ognuno di noi è chiamato ad affrontare, poiché in ballo c’è la stessa sopravvivenza del genere umano. In questi anni ho lavorato per numerose testate nazionali, come "Left", "Il manifesto", "Vice, "La Voce delle Voci", "Il Punto", "Terra", "La nuova ecologia", che ci tengo a ringraziare per la fiducia e la libertà accordatemi. L’ultima e attuale avventura è su "Il Venerdì di Repubblica". Nel frattempo ho pubblicato quattro saggi d’inchiesta, "Telecamorra: guerra tra clan per il controllo dell'etere" (Lantana 2012), "Il caso Parolisi. Sesso, droga e Afghanistan" (co-autore Antonio Parisi, Imprimatur 2013), "La compravendita" dei parlamentari (Castelvecchi 2014), "Guerra & Droga" (Castelvecchi 2017). Sempre nel 2017 è infine uscito il mio primo documentario, "The Burning Issue. When the bioenergy goes bad" (Gb 2017, prodotto da Birdlife Europe, The David and Lucile Packard Foundation e Transport & Environment), sui danni all’ecosistema provocati in Europa dall’uso incontrollato e sovvenzionato dall’Ue di alcune bioenergie, prodotto destinato al mercato televisivo europeo, attualmente in giro per il mondo in numerosi festival.

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