Afghanistan, gli Usa trattano la resa

A Kabul, capitale dell’Afghanistan, martedì 13 marzo si è presentato per la seconda volta dall’elezione di Donald Trump, a sorpresa e in una visita non annunciata ma anzi tenuta segreta, il segretario alla Difesa Usa, James Mattis. Del resto, la prima volta che c’era andato, lo scorso settembre, i talebani avevano lanciato nel giro di 3 ore almeno 20 razzi in direzione dell’aeroporto, provocando la chiusura dello scalo e la cancellazione di tutti i voli. «Il principale obiettivo – confermò allora via Twitter il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid – era l’aereo di Mattis», parcheggiato nell’area internazionale dello scalo, sia civile che militare, della capitale afgana. Per la cronaca, quei razzi sparati da Qala-e-Mir Abbas e Paktia Kot, colpirono la pista dell’aeroporto e gli hangar dell’aeronautica, distruggendo un elicottero e danneggiandone altri 3, mentre un altro centrò un’abitazione civile (come mostrato da Tolo tv), causando la morte di una donna e il ferimento di altre 4 persone.

All’aeroporto di Kabul, durante la mia trasferta nel Paese del marzo 2014

Ecco spiegato perché la “notizia”, portata in dono agli afgani da Washington dal ministro della Difesa Usa, i giornalisti al suo seguito hanno potuto diffonderla (cosa mai successa prima), soltanto una volta che Mattis ha lasciato l’aeroporto di Kabul. Arrivando poi, tra eccezionali misure di sicurezza, al sicuro nella base di Bagram, quartier generale Usa nel Paese, a circa 60 km a nordovest della capitale e all’interno della quale ci sono due prigioni speciali. «Sappiamo che c’è interesse da parte talebana ad avviare un dialogo con Kabul», sostiene il segretario alla Difesa Usa, dal compound dell’Alleanza Atlantica. «Una vera vittoria per gli americani, sarebbe una riconciliazione politica del governo con i talebani. La cosa è possibile, l’interesse al dialogo è stato espresso da alcuni elementi talebani. Abbastanza, da pensare a un ponte che porti a futuri negoziati», ha sostenuto Mattis. Rivelando, infine, anche la strategia americana: «Iniziare da coloro che sono stanchi di combattere».

Ma soprattutto, il capo del Pentagono ha ammesso pubblicamente: «In Afghanistan guardiamo a una vittoria, ma non una vittoria militare, la vittoria sarà una riconciliazione politica con i talebani», ha concluso Mattis. Al suo fianco, a confermare ovviamente ai giornalisti le parole del capo della diplomazia Usa, il comandante delle forze statunitensi e della Nato in Afghanistan, il generale John Nicholson: «Questo è probabilmente il momento migliore per loro per tentare un negoziato, perché la situazione non finirà di peggiorare per loro». Soltanto pochi mesi fa, Nicholson era però stato più realista, descrivendo la situazione in Afghanistan a un «punto morto». Lo dimostra anche l’attacco rivendicato dai talebani, avvenuto mentre Mattis era a Kabul. Ad essere colpita, una caserma in una regione del nord del Paese, Takhar, nella quale sono rimasti uccisi 6 soldati, altri 5 feriti. Un attentato, ovviamente rivendicato dai talebani.

Un checkpoint nel centro di Kabul (trasferta del giugno 2012)

Nonostante ciò, per gli americani, come detto la vittoria passa per un accordo tra governo e talebani, ma per un esercito afgano in grado di controllare da solo il Paese. Pochi giorni fa era stato il ministero degli Esteri Usa, tramite Alice Wells, vicesegretario di Stato per l’Asia centrale e del sud, a ribadire il concetto confermando che il presidente afgano, Ashraf Ghani, aveva offerto ai talebani di avviare colloqui senza alcuna condizione preliminare. In un discorso all’Institute of Peace di Washington, la Wells aveva inoltre sostenuto che il movimento nato nelle madrase (scuole coraniche) pachistane, starebbe «valutando la proposta». Il 28 febbraio, il presidente Ghani ha effettivamente offerto ai talebani di diventare un partito politico, assicurandogli inoltre che, nel caso avessero accettato di sedersi al tavolo governativo dei negoziati di pace, si sarebbe impegnato a rimuovere qualsiasi sanzione pendente sul gruppo militante (una sorta di amnistia). In realtà, a differenza di quanto affermino gli americani, una precondizione di base c’è: i militanti del movimento dovrebbero prima riconoscere il governo di Kabul e rispettare lo Stato di diritto instaurato post-invasione. Di possibili negoziati con i talebani, gli Stati Uniti parlano infatti da almeno un paio d’anni, alla disperata ricerca di una “exit strategy”.

Ma se davvero, come sostiene il vicesegretario Usa Wells, il presidente afgano Ghani si sarebbe detto disposto a sedersi al tavolo senza porre alcuna precondizione, sono i talebani a non voler trattare con lui. Innanzitutto, il movimento degli “studenti delle scuole coraniche” ritiene il governo di Kabul illegittimo, se non un fantoccio della «forza di occupazione straniera». Motivo per cui hanno sempre ribadito che, se proprio devono trattare, lo faranno esclusivamente con gli Stati Uniti. Inoltre, ed è questa la loro precondizione più importante, chiedono il completo ritiro delle forze Nato di occupazione, prima dell’inizio di qualsiasi negoziato. Richiesta, ovviamente, giudicata irricevibile dalla Casa Bianca, che vuole peraltro sia il governo locale a guidare la trattativa coi talebani. Queste posizioni, i talebani le avevano già espresse il 25 gennaio 2017, in una lettera aperta all’allora appena insediatosi presidente Trump: «È la guerra più lunga della vostra storia (…) sarebbe ingenuo pensare di poter costringere il nostro Paese ad accettare un’invasione (…) ma forse questa guerra inutile non è per voi una necessità (…) in questo caso è responsabilità dei funzionari americani, che hanno iniziato il conflitto, porre fine a questa tragedia», i punti salienti di quel testo. Insomma, la distanza di posizioni appare incolmabile, almeno per ora.

Per cercare di portare via in modo “dignitoso” la missione Resolute Support della Nato, magari rivendendosi pure la cosa come la «vittoria» promessa martedì a Kabul dal segretario alla Difesa Mattis, a Trump non resta quindi che riuscire a trattare coi talebani. In Afghanistan la guerra va del resto male, altro che il «missione compiuta» decretato da Bush nel maggio 2003 dalla portaerei Lincoln, men che mai i talebani sono «stanchi di questa guerra», come dichiarato sempre martedì dal generale a capo della missione afgana Nicholson. Anzi, potrebbe essere l’esatto contrario, visto il peggioramento della situazione sul campo, nonostante 16 anni di conflitto e con 13.576 uomini dei contingenti internazionali di Resolute Support tuttora schierati (di cui 6.941 statunitensi), provenienti da 39 nazioni (i militari italiani sono 1.037). In una guerra che, soltanto al nostro Paese, è già costata oltre 1 milione di euro al giorno.

I numeri della missione Resolute Support della Nato

Nel 2017 il numero di vittime civili ha battuto ogni record: ben 2.300 tra morti o feriti in bombardamenti Nato o attacchi suicidi degli insorti. È «il bilancio più pesante mai registrato in un solo anno (per questo tipo di attacchi), da quando la missione di assistenza dell’Onu ha iniziato a documentare le vittime civili del conflitto afgano nel 2009», hanno ammesso le Nazioni Unite. Il rapporto Onu stima inoltre che 2/3 delle vittime (il 65%) siano imputabili agli insorti (di cui il 42% ai talebani, il 10% all’Isis e il 13% indeterminato), il 13% alle forze governative e il restante 2% al contingente internazionale. Va però detto che l’aumento dei raid aerei statunitensi e afgani e delle inevitabili vittime “collaterali” civili (295 morti e 336 feriti), nel 2017 sono cresciuti del 7% rispetto all’anno precedente. Si tratta del «bilancio annuale sulle operazioni aeree più pesante dal 2009», si legge ancora nel rapporto Onu.

Arriviamo così ad un’altra notizia arrivata sempre martedì da Washington, molto più importante e determinante per l’intera politica estera statunitense. Si tratta della nomina a segretario di Stato, di Mike Pompeo, italo-americano con un lungo passato nelle forze armate Usa, dal 23 gennaio 2017 e fino a quel momento scelto da Trump come direttore della Central Intelligence Agency (Cia). Il suo predecessore nel guidare la diplomazia Usa, Rex Tillerson, sarebbe stato licenziato in tronco da Trump, a quanto pare, addirittura con una telefonata dall’Air Force One, sul quale in quel momento era in volo il presidente. I rapporti tra i due, va detto, erano gelidi già da mesi, per motivi sia personali, sia di divergenza politica. A dividerli, la contrarietà del nuovo presidente a decisioni del suo predecessore Obama, come l’accordo sul nucleare iraniano o gli impegni presi alla Conferenza sul clima di Parigi. Cui si sono aggiunte le scelte della nuova amministrazione, come la questione dei dazi all’Europa o il rapporto con la Russia. L’azione del presidente avrebbe portato Tillerson addirittura a lasciarsi sfuggire, senza mezzi termini, che Trump era «un idiota». Ecco spiegata la sua sostituzione, già nell’aria da tempo, con l’arrivo al suo posto direttamente dalla Cia di Pompeo, ultraconservatore considerato un falco in politica estera.

A guidare invece la principale e storica agenzia di controspionaggio Usa, il presidente Trump ha contemporaneamente scelto Gina Cheri Haspel, prima donna nella storia a ricoprire quel ruolo. Definita una “lady di ferro” è una figura quantomeno controversa, soprattutto per l’accusa di crimini di guerra che le rivolse il The New York Times, per il suo ruolo nell’era Bush della “guerra al terrore” e delle conseguenti “estraordinary rendition” (l’illegale, o per lo meno extralegale, cattura ovunque nel mondo, deportazione e detenzione in un Paese terzo di un “elemento ostile”). Nell’ambito di quella campagna, nel 2002 la Haspel era la responsabile di un sito segreto della Cia in Thailandia, in cui venivano detenuti, interrogati e soprattutto torturati i sospetti terroristi di al-Qaeda. Documenti della Cia ora desecretati, dimostrano anche in quella base thailandese, il ricorso negli interrogatori a strumenti di pressione fisica, come la deprivazione del sonno e il waterboarding (la simulazione dell’annegamento). Ma anche danni permanenti subiti dai prigionieri: Abu Zubaydah, alla fine giudicato dalla stessa Agenzia non in possesso di informazioni utili per la lotta al terrorismo, perse ad esempio un occhio quando nell’ambito dei pestaggi la sua testa venne sbattuta con violenza contro un muro.

Queste contemporanee nomine in due ruoli chiave, potrebbero quindi cambiare le carte in tavola anche nella stessa guerra afgana. Ad esempio, nell’uso dei droni della Cia per compiere attacchi, dall’ex presidente Barack Obama autorizzati solo per i raid nel confinante Pakistan. Mentre in Afghanistan, possono attualmente operare soltanto quelli del Pentagono, a esclusivo supporto, in caso di necessità, delle truppe Nato sul terreno. Per Amnesty International, in un dettagliato rapporto del 2013 sull’utilizzo dei droni in Pakistan, e sui loro effetti, ha calcolato un aumento degli attacchi di questi aerei senza pilota del 600% (in media 2-3 al giorno), già solo nell’era Obama. I missili lanciati da quei droni tra il 2004 e il settembre 2013 hanno provocato almeno 750 civili uccisi (175 i bambini) e 600 feriti gravi, secondo i numeri di Ong e governi Usa e pakistano. Per censirli era persino stata creata un’applicazione per smartphone, rimossa dai gestori delle app nell’ottobre 2015 perché ritenuta «eccessivamente esplicita e dal contenuto ambiguo». Amnesty la definisce senza troppi giri di parole «una delle più controverse questioni relative alla violazione dei diritti umani nel mondo».

Un drone MQ-9 Reaper dell’Air Force Usa sulla pista dell’aeroporto di Kandahar

L’azione dei droni, in territori come quelli mediorientali fatti di vicoli e case una attaccata all’altra, hanno provocato in questi anni diverse migliaia di vittime civili. «Vere e proprie esecuzioni extragiudiziali o crimini di guerra – denuncia Amnesty – che favoriscono l’antiamericanismo e il reclutamento nei gruppi che mirano a combattere». In altre parole, per ogni presunto terrorista ucciso senza processo, prove o responsabili, se ne arruolano decine a causa dei danni collaterali. I costi sarebbero quindi superiori ai benefici ottenuti. Per non parlare del fatto che questi omicidi extragiudiziali e mirati, avvengono in giro per il mondo direttamente dagli Stati Uniti, violando la sovranità di altri Stati, tramite un joystick e i satelliti. È come se gli Usa colpissero un presunto narcotrafficante internazionale nei vicoli dei Napoli. Quante altre persone morirebbero in quell’attacco? Ebbene, le nomine di Pompeo a capo della diplomazia Usa e quella della Haspel alla guida della Cia, fanno temere che questa limitazione ora venga rimossa. Magari nel disperato tentativo di convincere i talebani a sedersi al tavolo delle trattative, adoperando la nota logica “del bastone e della carota”. O in alternativa, di poter continuare a monitorare e bombardare dal cielo l’intero Afghanistan, anche nella possibilità, al momento esclusa, di un immediato ritiro delle truppe sul terreno.

Nonostante le dichiarazioni ufficiali, come detto, vogliano farci passare la cosa come una «vittoria», in realtà di tratta di una palese sconfitta. Nel 2001, dopo l’attacco alle Torri Gemelle di New York, ci avevano spiegato che invadevamo l’Afghanistan proprio per togliere dal potere i talebani e far cadere il loro oscurantista e repressivo regime. Oppure per difendere le donne, spazzate via dalla vita pubblica e imprigionate in casa da quegli uomini barbuti. Ma soprattutto, per sconfiggere il terrorismo di al-Qaeda ospitato nel Paese dai talebani e le sue fonti di guadagno, come l’oppio afgano, che quando arriva in Occidente è già eroina. La lotta alla droga, in realtà, è stata la prima resa statunitense, poiché mai considerata una loro priorità. Per Barnett Rubin, ex consulente del governo Usa per l’Afghanistan e il Pakistan, già «quando il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld incontra in Afghanistan personaggi noti come narcotrafficanti, il messaggio che lancia è chiaro: aiutateci a combattere i talebani e nessuno interferirà con i vostri business». In pratica, a causa dell’escalation insurrezionalista, cui si somma la crescente instabilità, i vertici americani hanno iniziato a proteggere di fatto i narcotrafficanti funzionali alla loro politica nel Paese. A dimostrarlo incontrovertibilmente, i numeri sulla produzione di oppio.

La raccolta dell’oppio nel distretto di Nawa

Nel 2017 in Afghanistan è stato raggiunto il record di tutti i tempi della produzione di oppio: 9.000 tonnellate, il doppio rispetto all’anno precedente. Quest’anno la produzione di eroina mondiale sarà di almeno 600 tonnellate. Mai così tanta nella storia dell’umanità. Perché è stato superato anche il precedente primato del 2007, quando con 7.400 tonnellate d’oppio, quel remoto Paese dell’Asia centrale aveva garantito da solo il 130% del fabbisogno mondiale. Già solo in questi numeri, si legge tutta la sconfitta militare dei governi occidentali, visto che prima dell’invasione l’Afghanistan produceva soltanto il 31% dell’oppio mondiale, in larga parte trasformato in eroina nei Paesi confinanti (Pakistan e Iran in testa). Le strade delle città afgane, da anni sono invece invase dall’eroina e almeno 1 milione di persone (l’8% della popolazione tra 15 e 64 anni), secondo l’Onu oggi consuma oppiacei. È lo stesso livello di Russia e Iran, i due Paesi in cima alle classifiche mondiali e dove si è registrato un aumento dell’uso di eroina per via parenterale del 140% in appena 4 anni. Ecco un altro nefasto effetto di questa guerra, che ha trasformato l’Afghanistan in un narco-Stato occupato dalla Nato. Ma questa è un’altra lunga storia. Da approfondire, se vi interessa, in quest’altro articolo, tratto dal capitolo sull’attuale conflitto afgano, del mio ultimo libro: Guerra & Droga (Castelvecchi 2017, 432 pagine, 19,50 euro).

Alessandro De Pascale

Sono un giornalista d’inchiesta, un filmaker e un reporter di guerra. Nel 1980 sono nato a Torino, cresciuto durante l’adolescenza in Campania, terra d’origine dei miei genitori, per poi trasferirmi a Roma ai tempi dell’università. Ho iniziato a scrivere giovanissimo ma è stata la frase di un collega, a cui devo molto, a indicarmi la rotta, che ho fatto mia in questa professione: «Se non fai incazzare almeno 2-3 persone non hai fatto bene il tuo lavoro». Ecco, questo per me è il giornalismo, la sua vera essenza, un mestiere del quale vado fiero quando sono all'estero, ma sul quale a volte tergiverso lungo la Penisola. Questa professione l’ho scelta, per passione e perché credo che la consapevolezza di ciò che ci circonda, sia l’unico modo per non dare spazio a falsi alibi e per meglio districarsi nella complessità sociale che caratterizza il tempo in cui viviamo. Sarà per questo che amo, e nel mio piccolo cerco di fare, giornalismo d’inchiesta, approfondimento, reportage e racconto dei conflitti, armati o sociali che siano, tenendo sempre al centro le persone e la realtà che sono chiamati ad affrontare, a cui viene troppo spesso dato poco spazio, o poca voce. Seguo inoltre da tempo il problema delle mafie, dei diritti, soprattutto individuali, e le tematiche ambientali, convinto che quella per la sostenibilità sia la più importate sfida che ognuno di noi è chiamato ad affrontare, poiché in ballo c’è la stessa sopravvivenza del genere umano. In questi anni ho lavorato per numerose testate nazionali, come "Left", "Il manifesto", "Vice, "La Voce delle Voci", "Il Punto", "Terra", "La nuova ecologia", che ci tengo a ringraziare per la fiducia e la libertà accordatemi. L’ultima e attuale avventura è su "Il Venerdì di Repubblica". Nel frattempo ho pubblicato quattro saggi d’inchiesta, "Telecamorra: guerra tra clan per il controllo dell'etere" (Lantana 2012), "Il caso Parolisi. Sesso, droga e Afghanistan" (co-autore Antonio Parisi, Imprimatur 2013), "La compravendita" dei parlamentari (Castelvecchi 2014), "Guerra & Droga" (Castelvecchi 2017). Sempre nel 2017 è infine uscito il mio primo documentario, "The Burning Issue. When the bioenergy goes bad" (Gb 2017, prodotto da Birdlife Europe, The David and Lucile Packard Foundation e Transport & Environment), sui danni all’ecosistema provocati in Europa dall’uso incontrollato e sovvenzionato dall’Ue di alcune bioenergie, prodotto destinato al mercato televisivo europeo, attualmente in giro per il mondo in numerosi festival.

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