Telegram, nuovo ultimatum russo: i codici o la chiusura

Il giorno dopo la vittoria record di Vladimir Putin, rieletto per il suo quarto mandato il 19 marzo con il 76,6% dei voti (affluenza al 67,49%), le autorità russe sono ripartite alla carica contro Telegram. L’ultimatum è chiaro: 15 giorni di tempo per fornire le chiavi in grado di decrittare i messaggi di tutti i suoi utenti, altrimenti la app verrà bloccata su tutto il territorio della Federazione russa, suo importante, se non principale, mercato con quasi 10 milioni di user.

Il braccio di ferro tra le autorità di Mosca e il noto servizio di messaggistica istantanea criptata, fondato nel 2013 dai fratelli russi Pavel e Nikolai Durov, va in realtà avanti da tempo. Anch’io ne avevo già dato conto, sempre sul blog, in quest’altro articolo su «Spionaggio di Stato vs dissidenti digitali». Oppure in un precedente servizio, per il settimanale Il Venerdì di Repubblica, sulle norme antiterrorismo con “diritto di hacking” varate nell’Ue e bocciate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. La più dura e contestata di queste è l’Investigatory Powers Act britannico, ribattezzato “ficcanaso” (snoopers) e dichiarato illegittimo lo scorso 30 gennaio anche da una Corte d’Appello del Regno Unito, che ha accolto il ricorso dell’organizzazione Liberty, che si batte per la protezione delle libertà civili e la promozione dei diritti umani. Sarà ora l’Alta Corte a decidere se Londra deve cambiare quella norma, come peraltro già chiesto anche dai giudici europei.

Pure in Russia, alla base di tutto, c’è la controversa “legge Yarova” antiterrorismo varata dal Cremlino nell’estate 2016. A criticarla duramente sia le associazioni per i diritti umani, per le quali è una del norme «più repressive nella storia post-sovietica». Sia alcuni leader spirituali, poiché come denunciato da Tanya Lokshina, direttore di Human Rights Watch in Russia, prevede il «divieto di attività religiosa in tutti i luoghi al di fuori di quelli appositamente autorizzati», limitando quindi anche l’attività missionaria e rendendo praticamente impossibili le processioni. Ai fedeli viene infatti richiesto il possesso di un documento rilasciato dal gruppo religioso d’appartenenza che attesti l’autorizzazione a partecipare a tali attività. La violazione delle nuove disposizioni, prevede multe salate per i cittadini russi e l’espulsione dal Paese per quelli stranieri.

Il presidente Vladimir Putin, alla guida della Russia dal 1999

Rigide regole anche per gruppi telefonici, social network e servizi di messaggistica. La nuova norma obbliga gli operatori delle telecomunicazioni a memorizzare le informazioni sulle conversazioni tra utenti per 3 anni e il contenuto della loro corrispondenza, video compresi, per 6 mesi, fornendole agli organi di sicurezza su loro richiesta. Stesse regole anche per i servizi di messaggistica istantanea e social network, i quali sono però tenuti a conservare i messaggi per un anno. Nel caso questi ultimi applichino, come Telegram, sistemi di crittografia per proteggere le comunicazioni dei propri user, devono fornire le chiavi per la decodifica al Federal Security Service (Fsb), agenzia di spionaggio erede del leggendario Kgb, che lo stesso Putin ha diretto dal 1998 al 1999, anno in cui è diventato premier della Russia. La mancata comunicazione di tali informazioni, prevede ancora quella legge, viene punita con una multa fino a un milione di rubli (quasi 15mila euro). Lo scorso luglio gli 007 dello Fsb avevano così intimato a Telegram di dargli una chiave entro il successivo 14 settembre. L’azienda dei Durov non avrebbe però ceduto, tanto che alla fine dell’estate il tribunale di Meshchansky (Mosca) li ha condannati a pagare, come stabilisce la norma, una multa di circa 14mila euro.

A quel punto, Telegram decide così di rivolgersi alla Corte Suprema, lamentando vizi procedurali. Quel ricorso ora è stato respinto, in quanto il giudice Alla Nazarova ha ritenuto la richiesta dell’intelligence russa non lesiva del diritto riconosciuto alla riservatezza. La Corte Suprema ha così sostenuto la tesi degli 007 dello Fsb, per i quali il solo possesso delle chiavi di accesso non viola in alcun modo la privacy degli utenti, poiché per ogni informazione prelevata serve in ogni caso un permesso del tribunale. Un’argomentazione ritenuta viceversa insensata da Ramil Akhmetgaliev, legale di Telegram: «È una mossa astuta non considerare le chiavi di crittografia informazioni private tutelate dalla Costituzione. È come dire che ho la password della tua mail ma non controllo la tua mail, ho solo la possibilità di controllarla».

Il sito internet del Roskomnadzor, l’ente russo per il controllo dei media, al quale deve registrarsi chiunque diffonda informazioni in rete (blogger compresi)

Arriviamo così al nuovo ultimatum di 15 giorni dell’ente federale russo per il controllo dei media, Roskomnadzor, che dovrebbe scadere la prima settimana di aprile. Secondo il già citato Akhmetgaliev, avvocato di Telegram, qualsiasi decisione di bloccare il servizio in Russia, richiederebbe tuttavia una apposita e distinta decisione della magistratura. Lo conferma lo stesso ufficio stampa dell’ente di controllo: «In caso di mancato rispetto degli obblighi (…) Roskomnadzor presenterà una causa per chiedere l’imposizione di restrizioni sul territorio della Russia alle risorse internet di Telegram Messenger Limited», scrivono in un loro comunicato. Intanto il legale dell’azienda si è detto pronto a presentare un nuovo ricorso contro la sentenza della Corte Suprema. Una mossa che consentirà a Telegram di prendere tempo, in quanto il nuovo processo potrebbe durare fino all’estate.

Anche il fondatore dell’azienda, il 33enne Pavel Durov, un eroe per i difensori della privacy, un personaggio pericoloso per molti potenti, ha promesso alle autorità russe che non mollerà, tramite la sua pagina Twitter: «A meno che non rinuncino ai dati privati degli utenti, l’azione di bloccare Telegram non darà i suoi frutti. Telegram rappresenterà sempre la libertà e la privacy». Sui forum specializzati di sicurezza informatica, da giorni, non si parla d’altro. Si avanzano anche ipotesi su come l’azienda potrebbe aggirare l’eventuale blocco imposto dalla Russia. Del resto il giovane programmatore informatico Pavel che, come l’hacker protagonista del film “Matrix” (Neo), indossa solo vestiti di colore nero, ha da tempo dimostrato di amare i gesti eclatanti e provocatori.

Il 33enne programmatore russo Pavel Durov, fondatore di Telegram

Nato nell’ordierna San Pietroburgo e con una breve parentesi italiana (ha frequentato le scuole elementari a Torino, città in cui il padre insegnava filologia all’università), il giovane programmatore è stato ribattezzato “il Mark Zuckerberg russo” per aver lanciato nel 2006, sempre con suo fratello Nikolai, il social network VKontakte (VK). Anche questo è stato un grande successo: con oltre 460 milioni di utenti attualmente attivi è tuttora la maggiore rete sociale della Russia e dell’intera Confederazione di Stati Indipendenti (Csi). Il tutto nonostante Facebook, cui si ispira, ne abbia ben 2 miliardi. Dal 2012, VK non è però più controllato dai fratelli Durov, poiché ben presto avevano iniziato a usarlo anche i manifestanti anti-Putin, per organizzare sul social eventi a sostegno dell’attivista politico Alexei Navalny, il più noto oppositore del neo-zar russo.

Il profilo di Pavel Durov sul suo social VK

La risposta non si fece attendere, con una prima forte stretta sui social della Duma (il Parlamento russo), mentre Pavel accusò pubblicamente il Cremlino di aver inviato uomini armati di notte nel suo appartamento con l’intento di “addomesticarlo” (leggi ricattarlo). Fatto sta che poco dopo, su pressione dei servizi segreti, i Durov sono costretti a vendere VK a investitori legati a Mail.ru, una società che ha stretti legami con il governo russo. Nel 2013, il giovane programmatore viene inoltre accusato dalla polizia di essere alla guida una Mercedes bianca che ha investito un ufficiale di polizia a Mosca. Ma il giorno in cui le forze di sicurezza fanno irruzione nel suo ufficio per arrestarlo, Pavel non c’è: ha appena lasciato il Paese. Il successivo 14 agosto, da New York, i fratelli lanciano così Telegram, servizio di messaggistica istantanea senza fini di lucro e parzialmente open source. Il logo dovevano però averlo ideato già nel 2012, visto che quell’anno dalla loro sede russa di San Pietroburgo vennero lanciati dalla finestra l’equivalente di 1.000 euro sotto forma di aerei di carta simbolo dell’applicazione.

Inutile dire che anche questa sua nuova creatura è un successo: nel 2016 con uno spettacolare party a Barcellona, Telegram ha festeggiato i 100 milioni di utenti attivi mensili, mentre pochi giorni fa ha ringraziato con un messaggio i suoi utilizzatori, comunicando di aver raddoppiato quel traguardo, raggiungendo quota 200 milioni e con oltre 500.000 nuovi user al giorno. Nonostante come detto uno dei suoi principali “mercati” sia la Federazione russa, con quasi 10 milioni di utenti, anche in Italia questa app è risultata la decima più scaricata su smartphone e tablet nell’ultimo trimestre dell’anno scorso. Il risultato emerge dalla classifica appena stilata dall’analista Vincenzo Cosenza e basata sui dati rilasciati da AppAnnie, società che monitora gli app store di Google (Android) e Apple (iOS). I numeri di Telegram potrebbero sembrare imponenti e infatti sono un grande traguardo per un’azienda che non dispone delle risorse economiche e della “potenza di fuoco” di un gigante come Facebook, che sul suo WhatsApp ha superato il miliardo di utenti attivi. Per la cronaca, dai dati elaborati da Cosenza, nel nostro Paese le app più scaricate sono nell’ordine: WhatsApp, Facebook, Messanger e Istagram (tutte e 4 di proprietà per l’appunto del social network di Zuckerberg), seguono Amazon, Shazam, Il Meteo (unica italiana), Spotify, TripAdvisor e, come detto, Telegram.

Il mega party a Barcellona col quale, nel febbraio 2016, Telegram ha festeggiato i 100 milioni di utenti

A decretare il successo del servizio dei Durov, le sue caratteristiche: possibilità di stabilire conversazioni cifrate, anche con chiamate vocali, punto-punto (quindi direttamente da dispositivo a dispositivo), cui si aggiunge lo scambio di messaggi vocali, videomessaggi, fotografie, video, stickers e file di qualsiasi tipo grandi fino a 1,5 Gigabyte (WhatsApp appena 150 megabyte). Va però detto che, grazie alla messaggistica criptata, Telegram è diventata nel corso del tempo l’app più usata non solo dagli utenti che tengono alla propria privacy o dagli oppositori polici. La premier britannica, Theresa May, ha dichiarato in un discorso tentuto a gennaio al World Economic Forum di Davos (Svizzera): «Telegram è diventata la casa di criminali e terroristi». Insomma, non c’è solo il neo-zar russo Putin a pretendere le chiavi per leggerne i messaggi. Anzi, l’elenco di governi e agenzie di intelligence che bussano al server di Telegram si fa sempre più lungo. In un tweet di quest’estate, lo stesso Pavel ha denunciato che «l’anno scorso, durante una trasferta di 7 giorni negli Stati Uniti del nostro team, le agenzie statunitensi hanno cercato 2 volte di corrompere i nostri sviluppatori e farmi mettere sotto torchio dall’Fbi».

Di pari passo con l’aumento dei nemici, va il continuo spostarsi del programmatore russo da una città all’altra del mondo, assieme al quartier generale e al suo patrimonio netto, per Business Insider pari ad oltre 200 milioni di euro. Una migrazione, da San Pietroburgo a New York, passando per Londra e Berlino, fino all’attuale Dubai, capitale degli Emirati Arabi Uniti. Essendo Telegram tuttora in perdita, secondo documenti visionati da Bloomberg News, lo scorso febbraio la società avrebbe raccolto 850 milioni dagli investitori e sarebbe alla ricerca sul mercato di altri 1,7 miliardi. Tra i nuovi obiettivi dei Durov, il lancio di una loro criptovaluta (Gram), con la quale mirano a creare un’economia virtuale all’interno di Telegram, grazie a una propria blockchain (Ton), che potrebbe garantire transazioni più veloci rispetto a quelle del capostipite e ormai noto Bitcoin. Così facendo potranno vendere beni e servizi, senza passare per banche e altri istituti centralizzati, trasformando Telegram in una piattaforma in stile WeChat, con cui è possibile scambiare denaro tra amici o fare acquisti. Una mossa, quest’ultima, confermata anche dalla comparsa di uno sticker, che attirerà sicuramente nuove critiche e potenti nemici ai Durov, che da sempre sfidano il “grande fratello” di Stato e il potere costituito. A partire ovviamente da quello di Putin e anche in modo ironico. Quando la scorsa estate il neo-zar russo diffuse foto delle sue vacanze che lo ritraevano a pesca a torso nudo, Pavel lanciò l’hastag #PutinShirtlessChallenge: un concorso multimediale nel quale tutti dovevano apparire come il presidente russo. Forse è superfluo aggiungere che il primo a farsi riprendere senza maglietta, fu proprio l’imprenditore inventore di VK e Telegram.

Uno degli sticker che, giocando sulle definizioni di Bull market e Bear market, confermerebbe, in pieno stile Durov, l’imminente arrivo della criptovaluta di Telegram

 

Alessandro De Pascale

Sono un giornalista d’inchiesta, un filmaker e un reporter di guerra. Nel 1980 sono nato a Torino, cresciuto durante l’adolescenza in Campania, terra d’origine dei miei genitori, per poi trasferirmi a Roma ai tempi dell’università. Ho iniziato a scrivere giovanissimo ma è stata la frase di un collega, a cui devo molto, a indicarmi la rotta, che ho fatto mia in questa professione: «Se non fai incazzare almeno 2-3 persone non hai fatto bene il tuo lavoro». Ecco, questo per me è il giornalismo, la sua vera essenza, un mestiere del quale vado fiero quando sono all'estero, ma sul quale a volte tergiverso lungo la Penisola. Questa professione l’ho scelta, per passione e perché credo che la consapevolezza di ciò che ci circonda, sia l’unico modo per non dare spazio a falsi alibi e per meglio districarsi nella complessità sociale che caratterizza il tempo in cui viviamo. Sarà per questo che amo, e nel mio piccolo cerco di fare, giornalismo d’inchiesta, approfondimento, reportage e racconto dei conflitti, armati o sociali che siano, tenendo sempre al centro le persone e la realtà che sono chiamati ad affrontare, a cui viene troppo spesso dato poco spazio, o poca voce. Seguo inoltre da tempo il problema delle mafie, dei diritti, soprattutto individuali, e le tematiche ambientali, convinto che quella per la sostenibilità sia la più importate sfida che ognuno di noi è chiamato ad affrontare, poiché in ballo c’è la stessa sopravvivenza del genere umano. In questi anni ho lavorato per numerose testate nazionali, come "Left", "Il manifesto", "Vice, "La Voce delle Voci", "Il Punto", "Terra", "La nuova ecologia", che ci tengo a ringraziare per la fiducia e la libertà accordatemi. L’ultima e attuale avventura è su "Il Venerdì di Repubblica". Nel frattempo ho pubblicato quattro saggi d’inchiesta, "Telecamorra: guerra tra clan per il controllo dell'etere" (Lantana 2012), "Il caso Parolisi. Sesso, droga e Afghanistan" (co-autore Antonio Parisi, Imprimatur 2013), "La compravendita" dei parlamentari (Castelvecchi 2014), "Guerra & Droga" (Castelvecchi 2017). Sempre nel 2017 è infine uscito il mio primo documentario, "The Burning Issue. When the bioenergy goes bad" (Gb 2017, prodotto da Birdlife Europe, The David and Lucile Packard Foundation e Transport & Environment), sui danni all’ecosistema provocati in Europa dall’uso incontrollato e sovvenzionato dall’Ue di alcune bioenergie, prodotto destinato al mercato televisivo europeo, attualmente in giro per il mondo in numerosi festival.

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